STUDI INIZIATICI



Giovanni Lombardo

Un mosaico pompeiano



 

 

 

 

 

Habentibus symbolum facilis est transitus

(Giambico)

 

A Pompei, nella Casa degli Architetti, esiste un mosaico particolare, la cui fotografia appare spesso nei testi che trattano argomenti massonici. Costituiva l’emblema nel pavimento del triclinio e si pensa comunemente che, con la rappresentazione naturalistica del teschio e degli strumenti da muratore, esprime allegoricamente la caducità della vita e l’incombere della morte. Credo, però, che un massone possa trovarvi un significato più profondo.
 La livella, com’è noto, assicura l’orizzontalità, è uno strumento di precisione per la ricerca della stabilità e dell’equilibrio. L’uso dello strumento rassicura il muratore del fatto che, a prescindere dall’altezza dell’opera, tutti i piani orizzontali saranno perfetti ed in linea con quello delle fondamenta, che egli avrà controllato con lo stesso attrezzo. La livella della figura è una livella composita, dall’angolo superiore pende un filo a piombo: è allora interessante notare che l’orizzontalità viene misurata attraverso la verticalità – quindi dal suo opposto! – allorché il filo a piombo avrà diviso in due parti uguali il regolo che congiunge le braccia della livella, formando due angoli di novanta gradi ciascuno. Il punto di intersecazione fra il filo a piombo ed il regolo è detto linea di fuoco, che demarca il Tempo dall’Eternità. La linea orizzontale calma e piana, assicurata dalla livella, è l’opposto del caos e della confusione che regnano nel mondo profano. Ancora, nel libro di Isaia si legge: Io stabilirò l’equità con il regolo e la giustizia con la livella.[1] In questo versetto la livella è simbolo di giustizia, perché rappresenta l’unione perfetta della verticale e dell’orizzontale. Sono tuttavia possibili ulteriori speculazioni, considerando le braccia della livella come due raggi di una circonferenza, i quali si dipartono dal “centro”, cioè dall’Essere verso la Manifestazione. Tale interpretazione appare rafforzata dall’esame delle altri oggetti raffigurati: un teschio; poi, legati alle braccia della livella: a sinistra di chi guarda, un manto di porpora e uno scettro; a destra, invece, un sacco e un bastone. In mezzo, sotto al teschio, v’è una farfalla che è posata su una ruota a sei raggi.

Il mondo della Manifestazione – prodotto dall’emanazione dell’Uno: l’irradiamento del centro verso la circonferenza – è quello in cui viviamo. È il regno della dualità, della molteplicità. In esso convivono dunque ricchezza e povertà. In questo modo ho interpretato la porpora e lo scettro, simboli del potere regale e dell’opulenza, che si contrappongono al sacco ed al bastone, simboli di povertà e di debolezza. Entrambi sono al lato della ruota a sei raggi. La ruota è simbolo del mondo, la circonferenza è il simbolo della manifestazione, considerata in perenne divenire; i raggi ne delimitano una porzione la quale assurge perciò a simbolo di fase del tempo ciclico, nel quale si alternano le varie vicende della vita. La farfalla è l’anima dell’uomo. In greco antico psyché significa tanto farfalla quanto anima. Compito dell’uomo è vivere con saggezza ed equilibrio e, soprattutto, con la consapevolezza che ciò che appare, la realtà mondana, con le sue antinomie ed i suoi contrasti, non è affatto la Realtà per antonomasia, quella metafisica, il vero in che si queta ogni intelletto.[2] Ecco perché la farfalla sovrasta la ruota: perché l’anima dell’iniziato è “superiore” alle vicende della mondanità. Colui che ha vissuto camminando “nel mezzo”, lungo l’ideale linea mediana che separa le piastrelle bianche da quelle nere del pavimento a scacchi, tenendosi ad eguale distanza da entrambe, può allora affrontare la morte – il teschio – la suprema iniziazione e, compiendo l’ascesi lungo il filo a piombo, la diritta via, oltrepassare la linea di fuoco e giungere infine alla cuspide, cioè al Centro, la dimora del Grande Architetto dell’Universo, confondendosi in Lui: “Se tu nel grande mare darai un nome alla goccia – ha scritto Angelo Silesio – allora potrai nel grande Iddio riconoscere anche la mia anima”.[3]


 

[1] Isaia 28,17

[2] Paradiso XXVIII, 108

[3] Angelo Silesio, Cherubinisches Wandersmann, cit. da A. Coomaraswamy, Tempo ed Eternità, pag. 119, ed. Luni 2003