STUDI INIZIATICI


Piero Vitellaro Zuccarello

René Guénon fuori dai dogmi

 


 

 

Cade quest’anno il cinquantenario della morte di René Guénon. La figura e l’opera del grande metafisico di Blois costituiscono dei termini di riferimento ineludibili per chiunque si occupi di studi iniziatici, e sono a destinate a esserlo sempre di più.

Il breve articolo che segue vuole tratteggiare alcune tematiche della sua opera, cercando di porsi da un punto di vista che sia al di là delle superficiali adesioni sentimentali come delle altrettanto superficiali negazioni. 

Sarebbe un’impresa votata al fallimento quella di voler sintetizzare, nello spazio di una brevissima trattazione, un’opera che già di per sé è quanto di più sintetico  abbia potuto essere prodotto nel campo dell’insegnamento tradizionale restando nell’ambito di una forma espositiva discorsiva. Quello che si può fare è di indicare alcuni degli  elementi  che ne fanno un’opera unica, con la quale è necessario confrontarsi qualsiasi sia la posizione che si assuma poi nei confronti  di essa nel suo complesso, o delle varie tesi in cui si articola, tesi e sottotesi legate comunque fra loro da una logica ferrea. Lasceremo deliberatamente da parte alcuni importantissimi temi presenti nell’opera, il più importante dei quali è quello dell’iniziazione e della trasmissione spirituale, poiché per la loro vastità e delicatezza richiederebbero una trattazione a parte.

 

 

L’epoca della formazione dell’opera

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Qualche accenno è necessario fare alla temperie filosofica e culturale dell’epoca in cui l’opera di Guénon fu elaborata. Guénon iniziò a pubblicare i suoi libri ed articoli all’inizio del novecento, quando, se le masse destinate ai massacri su scala industriale delle due guerre mondiali venivano ancora fatte crogiolare dalle classi dirigenti  all’ombra delle confortanti mitologie di un progressismo da ballo Excelsior, non era sfuggito agli intellettuali più lucidi che il mondo moderno si era già avviato verso una crisi irreversibile, di pensiero ed esistenziale.

Era l’epoca in cui il positivismo, la filosofia che aveva dominato il campo per tutta la seconda metà dell’ottocento, e che aveva rappresentato il tentativo di fondare un pensiero filosofico sui dati della scienza ottocentesca, con la pretesa di  occupare lo spazio lasciato vuoto da  concezioni religioso-teologiche ormai sclerotizzate e superate dai tempi,  entrava in crisi, insieme alle concezioni scientifiche su cui si appoggiava, quelle della fisica newtoniana. Una concezione “solidificata” della realtà corporea come quella che si era affermata in occidente, prima col meccanicismo cartesiano, poi  con il mondo disegnato dalla mente di Newton, un mondo in cui le forze e gli enti del cosmo venivano fatti ubbidire a schemi semplici, penetrabili con i mezzi della matematica e della geometria settecentesca, secondo una tranquillizzante logica deterministica (concezione deterministica del cosmo di Kant-Laplace), tramontava definitivamente. Essa lasciava il posto alla concezione “smaterializzata” del reale espressa dalle supposizioni astrattamente ardite, intrinsecamente e mutuamente contraddittorie della  fisica quantistica e relativistica, che evocava un mondo percepito dalla mentalità comune e dagli stessi ricercatori professionali come mosso da leggi ed energie arcane e misteriose.  Nello stesso periodo masse anonime di milioni di persone, mosse da leggi non meno incomprensibili di quelle fisiche, venivano lanciate nel dramma della storia, pronte ad ubbidire a personaggi carismatici apparsi sulla scena dal buio, e a subire le fascinazioni e le paure suscitate da apprendisti stregoni, reali o immaginari, operanti dietro le quinte. Era l’epoca in cui si andavano elaborando le varie inquietanti teorie psicanalitiche, in cui si diffondeva l’opera del filosofo Nietzsche - che apriva le porte al nichilismo - in cui Kafka scriveva i suoi angoscianti racconti,   in cui le avanguardie delle arti  musicali e visive operavano un processo di dissoluzione dei linguaggi artistici. Il crollo delle certezze teoriche era parallelo a quello delle sicurezze quotidiane in tutti i campi.

 

 

L’opera di Guénon e la filosofia

 

L’opera di Guénon  si pose di fronte a questa temperie dissolutiva delle certezze teoriche e pratiche che investiva pesantemente l’uomo occidentale, riguardo alla quale si parla ormai, anche a livello di didattica filosofica da scuole superiori, di “scacco della ragione e dissoluzione del soggetto nell’uomo contemporaneo”1, con un risoluto richiamo ai principi metafisici. Tale richiamo era però condotto in modo da evitare ricadute in una prospettiva meramente teologico-religiosa, il che pone il nostro autore in una posizione diversa sia dagli scrittori tradizionalisti antimoderni, sia dai quei pensatori che, partendo da prospettive teologiche, andavano cercando mediazioni col mondo moderno.

La filosofia moderna aveva con Cartesio preso  la strada di porre al centro d’ogni speculazione la prospettiva individuale, cioè l’individuo con le sue percezioni legate prevalentemente alla coscienza corporea e allo psichismo relativo a questa.  In ciò essa si era differenziata dalla filosofia antica (e anche dai suoi sviluppi medioevali e rinascimentali), la quale partiva “dall’alto”, da principi  universali di carattere metafisico, scendendo poi “verso il basso”, con lo sviluppo di questi ultimi sino alle applicazioni di carattere individuale e sociale. Dalla prospettiva individuocentrica della filosofia moderna  erano scaturite le due correnti dominanti del razionalismo critico illuminista (Kant), e dell’idealismo immanentista (Hegel), che avevano, con le loro derivazioni, egemonizzato il pensiero occidentale fino all’inizio del XX secolo; si affiancava ad esse una linea di pensiero più propriamente “scientista”, che sfociò nel positivismo2.

Guénon  ribalta la prospettiva individuocentrica della filosofia moderna per tornare a porre a fondamento dottrinale i principi metafisici, sviluppandoli poi, in modo discendente,  verso le applicazioni. Secondo la dottrina tradizionale, esposta da Guénon nei suoi libri,  il Principio -cioè l’Infinito, comprendente Essere e Non-essere metafisico- è ciò che non a limiti e che è assolutamente privo di determinazioni (condizionamenti). Il suo simbolo più perfetto è lo zero3. La prima determinazione dell’infinito è l’Essere, simbolizzato dall’uno. L’Essere si polarizza in essenza e sostanza,  rispettivamente polo attivo e  passivo dell’Essere stesso. Dall’influenza non agente dell’essenza sulla sostanza origina tutta la manifestazione universale (o esistenza universale) nei suoi aspetti spirituali, sottili e corporei. La dottrina tradizionale, quando esposta in modo autentico e completo, non è né dualista, né monista o panteista: essa è non-dualista, termine che traduce letteralmente quello sanscrito “adwaita” del Vedanta. 4 Importantissima è la distinzione posta da Guénon nell’opera “I principi del calcolo infinitesimale” fra Infinito metafisico, l’assolutamente illimitato, e l’indefinito, erroneamente designato anch’esso col termine di “infinito” nel linguaggio corrente. L'indefinito, che è simboleggiato dalla serie numerica, cui è sempre possibile aggiungere un elemento (1+1+1+1+1+1…),  in realtà è limitato e sottoposto a condizioni ben precise, come, ad esempio, su un certo piano, quella della quantità, di cui il numero è espressione. Questa distinzione fra infinito metafisico e indefinito matematico comporta importantissime conseguenze a livello dottrinale, in quanto rende  impossibile  che l’uomo individuale condizionato possa unirsi all’Assoluto e identificarsi con esso espandendo indefinitamente la propria individualità, come invece è implicito nella prospettiva della filosofia idealistica5, e pone altresì l’esigenza di sopprimere a tale fine l’individualità stessa, almeno nelle sue manifestazioni inferiori dell’ambito formale,  le quali fanno da  condizione limitativa . Tale problematica è espressa organicamente nel libro fondamentale “I principi del calcolo infinitesimale”.

 

 

René Guénon e il simbolismo

 

Ma l’opera di Guénon va al di là di considerazioni puramente discorsive, e si pone soprattutto come un’opera sul simbolismo e di simbolismo, in ciò qualificandosi come strettamente tradizionale. Per il metafisico francese il simbolo, nella sua configurazione grafica e sonora, o ritualmente agito, è qualcosa che, partendo da un’espressione sensibile, apre alla conoscenza delle realtà intelligibili. La stessa indefinitezza del simbolo costituisce per esso un vantaggio nei riguardi di altri strumenti di conoscenza, perché gli consente di suggerire, più che non di definire, realtà  di per sé stesse non contenibili da qualsiasi definizione discorsiva. Il simbolo è prima di tutto un supporto per la realizzazione interiore.

In una delle sue opere più importanti, “Il simbolismo della croce”, Guénon utilizza il simbolismo geometrico per insegnare come dal punto -simbolo dell’Essere- si sviluppi la spirale nel piano -simbolo sul piano microcosmico di un singolo stato dell’essere, come anche, su di un altro piano, di un grado dell’“esistenza universale”- e l’elica nello  spazio -simbolo macrocosmicamente dell’“esistenza universale”, comprendente tutti i singoli stati dell’essere sovrapposti, in numero indefinito, e microcosmicamente dell’“Uomo Universale”6-. Nell’opera guenoniana si passa, con una stretta logica di sviluppo,  dal punto alla spirale nel piano, all’elica-cilindro nello spazio, fino alla concezione,  difficile da immaginare, di una sfera non chiusa che pulsa dal  punto all’indefinito con un movimento di sistole e diastole. Tutti questi simboli, che Guénon integra come forse nessuno prima di lui aveva mai fatto, sono antichissimi e appartengono al patrimonio delle grandi tradizioni dell’umanità, ma egli li ripropone appoggiandoli ad acquisizioni  del sapere occidentale moderno, quali la geometria analitica cartesiana e il calcolo infinitesimale di Newton e Leibnitz, e li rende  così vividi e stringenti per la mentalità occidentale moderna. Allo stesso fine egli non esita a servirsi del linguaggio della filosofia moderna, verso la quale comunque mantiene una posizione fortemente critica.

Guénon utilizza il simbolismo del calcolo integrale per insegnare come l’iniziato possa arrivare alla realizzazione iniziatica completa, e con essa alla conoscenza suprema, non con la conoscenza analitica, che si protrae in modo indefinito nei suoi piani che sono in numero indefinito, ma con un’unica operazione sintetica di “integrazione” degli stessi.

È proprio nell’importanza data al  simbolismo matematico-geometrico che va individuata la ragione profonda del rivolgersi di Guénon, che alla massoneria appartenne,  alla massoneria e ai massoni, nel tentativo di renderli consci dell’alto retaggio simbolico e tradizionale, di derivazione pitagorica, ancora in loro possesso. Da un certo punto di vista,  sebbene nei suoi riferimenti  dimostri maggior familiarità con l’aristotelismo e il tomismo che non con il platonismo e il neoplatonismo, egli si situa in una corrente che, partendo da Pitagora e Platone, attraverso Plotino e Proclo arriva fino a Niccolò da Cusa e Giordano Bruno.

 

 

René  Guénon e l’Oriente

 

Tutta l’opera di René Guénon è permeata dall’idea dell’Oriente come luogo di conservazione del deposito della conoscenza sacra nella sua integralità.

Ciò è da mettersi in relazione con tre piani concettuali rinvenibili in essa:

 

1)       Il sopravvivere in oriente, fino all’epoca in cui Guénon iniziava a scrivere la sua opera, di civiltà orientali sostanzialmente integre, anche se, almeno sul piano esteriore, sclerotizzate. Alcune di queste, come quella  dell’impero cinese, erano ordinate sulla base di riferimenti tradizionali completi, sia sul piano della metafisica sia su quello  delle scienze tradizionali e del modo di vita. A tali civiltà Guénon contrappone un Occidente vitalisticamente strapotente grazie alla sua tecnologia e alle sue capacità organizzative, ma ormai allontanatosi, salvo nicchie residuali, dalla Tradizione.

2)       Il concetto di “Tradizione Primordiale”, la tradizione unica delle origini di cui le grandi tradizioni storiche non sono che il riflesso e l’adattamento contingente. Sembrerebbe di capire che, secondo l’autore,  il deposito integrale della “Tradizione Primordiale” debba essersi conservato segretamente in Oriente, sebbene Guénon  non sia esplicito su questo punto e non specifichi in quale forma.

3)       Il fatto che in occidente la tradizione dominante, il cristianesimo, oltre ad essersi progressivamente allontanata da concezioni esoteriche ancora presenti nel Medioevo –basti pensare alle figure di Dante e Meister Eckart- fino a negarle, ha limitato il proprio orizzonte dottrinale all’ontologia, cioè all’Essere, sottraendosi alla considerazione del Non –Essere,  metafisicamente superiore all’Essere. Nelle tradizioni orientali la concezione dell’Assoluto privo di qualsiasi determinazione e comprendente Essere e Non Essere  (Brahma nirguna nell’Induismo) è chiaramente distinta da quella dall’Essere, il Dio personale della teologia occidentale (Brahma saguna dell’Induismo), che, come “essere uno”,  ha in sé la prima determinazione.

 

René Guénon e la storia

 

Rimane sullo sfondo di tutte le opere di Guénon  quella che in termini accademico-profani sarebbe chiamata una “filosofia della storia”. Essa è espressa compiutamente in due opere: né “La crisi del mondo moderno”, ma soprattutto né “Il regno della quantità e i segni dei tempi”.

In esse  l’autore aderisce alla concezione tradizionale secondo cui la storia si svolge in un tempo ciclico e qualificato, non in quello lineare e omogeneo delle concezioni illuministico-progressiste profane. Un tempo qualificato  in cui l’umanità e lo stesso cosmo partono da uno stato iniziale di pienezza spirituale e perfezione per poi allontanarsene  gradualmente fino ad arrivare ad una fase di quasi completo oscuramento spirituale, la quale prelude al ripristino, completo ed immediato, dello stato di perfezione originaria. Tale dottrina era conosciuta anche dal mondo classico attraverso il mito esiodeo delle quattro età, che descrive il passaggio dell’umanità dall’età dell’oro, caratterizzata della vicinanza dell’uomo agli dei,  attraverso l’età dell’argento  e del bronzo fino alla cupa età del ferro, in cui  il poeta greco rimpiange di essere nato. Essa ha avuto la sua formulazione più completa e matematicamente articolata nell’induismo. Secondo le dottrine Indù, l’umanità attuale si trova nella fase finale dell’ultima età del ciclo attuale, il Kali Yuga, corrispondente all’età del ferro esiodea, fase caratterizzata dal titanismo e dallo scatenarsi di potenze distruttive. Tale scatenamento è dovuto al manifestarsi, inevitabile in una certa fase ciclica, di possibilità inferiori, le cui conseguenze,  per quanto terribili, rappresentano comunque degli squilibri parziali di un equilibrio cosmico totale, rientrando a far parte di quello che massonicamente è il “Piano del Grande Architetto dell’Universo”. Il trascorrere ciclico, che cosmologicamente  si fonda su un  allontanamento graduale dall’Essenza principiale e su un sempre maggiore avvicinamento alla Sostanza,  va di pari passo ad una contrazione del tempo su se stesso. Alla fine del ciclo il processo di solidificazione materialistica e di velocizzazione  del tempo – processo che, come “accelerazione della storia”, sembra costatato anche dagli  storici profani, almeno sotto certi aspetti- lascerà luogo ad una fase di  dissolvimento della materia, che però non sarà la fine completa del mondo corporeo, e ad un’arrestarsi del tempo: tali  processi segneranno la fine del ciclo attuale e l’inizio di quello  successivo. Un simile  processo di solidificazione e dissoluzione ha una stretta corrispondenza col “solve e coagula” alchemico.

 

 

René Guénon fuori dai dogmi

 

Proprio il giudizio negativo  dato da  Guénon sul mondo moderno, giudizio che, da alcuni punti di vista e con implicazioni diverse è condiviso da vari autori di ben differente formazione rispetto al metafisico di Blois, come Oswald Spengler7  e Julius Evola8, ma anche come i marxisti-eretici  anti-illuministi della “Scuola di Francoforte”9, ha costituito uno degli elementi che hanno reso la sua opera conosciuta presso un pubblico abbastanza vasto10.

Purtroppo l’interpretazione unilaterale di Guénon come pensatore antimoderno e tradizionalista ha condotto quasi tutti coloro che si sono pretesi interpreti e continuatori della sua opera a scivolare verso un tradizionalismo del tutto esteriore e privo di  veri sbocchi intellettuali, come di vera profondità iniziatica.

Molti “guenoniani”, invece di porre delle solide basi per un lavoro esoterico finalizzato alla realizzazione iniziatica attraverso un serio approfondimento teorico dell’opera del metafisico francese e, più in generale, della dottrina tradizionale,  sono ricaduti in prospettive exoteriche che, di fatto, portano a considerare e a vivere l’esoterismo come un prolungamento indefinito verso l’alto dell’esperienza religiosa, mentre quest’ultima, in una prospettiva corretta, dovrebbe essere  un semplice punto d’appoggio, necessario ma contingente e correlato soprattutto a necessità d’ordine individuale, famigliare e sociale. In tale prospettiva ricadono anche quei massoni che vivono in chiave sentimentale ed emotiva la propria via iniziatica come surrogato dell’esperienza religiosa.

Guénon richiama quasi ossessivamente, nella sua opera, la necessità della conoscenza teorica come premessa necessaria, anche se non sufficiente, della realizzazione iniziatica. Così egli scrive nella metafisica orientale: “Non abbiamo perciò nessuna difficoltà a riconoscere che non c’è comune misura tra la realizzazione iniziatica e i mezzi che portano ad essa, o, se si preferisce, la preparano. È questa la ragione per cui nessuno di questi mezzi è rigorosamente necessario, d’una necessità assoluta; o per lo meno, non c’è che una sola preparazione che sia veramente indispensabile, ed è la conoscenza teorica.”11

Sono del tutto convinto che, in occidente, il mezzo più potente e rapido di acquisire tale conoscenza teorica sia lo studio dell’opera di Guénon, a condizione che in tale studio non ci si fermi a livelli di lettura  superficiali, ma si proceda a continui approfondimenti, sia “per linee interne” all’opera stessa, sia mediante il suo continuo confronto di essa con i più elevati testi tradizionali occidentali e orientali. Se ci si ferma a letture superficiali dell’opera di Guénon, o si ricade in una prospettiva exoterizzante, la quale potrà essere impegnativa quanto si voglia ma  darà dei risultati che si situano al livello che è proprio all’exoterismo, oppure ci si fossilizza in una lettura dell’opera stessa in chiave non interpretativa e  aperta, ma manualistica e chiusa, il che farà incorrere negli stessi inconvenienti, legati all’insorgere di una paralizzante chiusura dogmatica, che si manifestano in chi aderisce ai sistemi filosofici moderni criticati da Guénon. per il quale “la metafisica pura esclude ogni sistema... A ragione Leibniz affermava che “ogni sistema è vero in quel che afferma e falso in ciò che nega” vale a dire, in fondo, che è tanto più falso quanto più è strettamente limitato o, il che è lo stesso, più sistematico.”12

A  distanza di cinquant’anni dalla morte di Guénon, il carattere di termine di riferimento e di confronto, per chiunque si avvicini a studi di carattere tradizionale, inerente alla sua opera, lungi dal diminuire, si va accentuando, fino a fare di essa una vera pietra di paragone o, in alcuni casi,  d’inciampo. Tutto fa ritenere che tale rimarrà per molto tempo ancora.

 


 


1 così il titolo di un'interessante antologia filosofica per le scuole superiori curata da Michele  Marchetto per i tipi della ed. S.E.I.

2 per una trattazione semplice e rigorosa di questi aspetti della storia della filosofia vedi :  Emanuele Severino, La  filosofia dai greci al nostro tempo, 1995 R.C.S., da pag. 331.

3 Plotino e tutti gli autori metafisici occidentali e orientali da lui derivati simbolizzano con l’Uno sia l’essere sia ciò che è sopra l’essere.

4  per tali concezioni si rimanda al libro “L’uomo e il suo divenire secondo il Vedanta”, Adelphi ed.

5 filosofia idealistica che, in modo più o meno evidente, influenza tutta l’opera di Julius Evola, un autore che alcuni  tenderebbero a porre, del tutto indebitamente, nel novero degli studiosi tradizionali .

6  applicando il simbolismo su un piano diverso il “macrocosmo” è assimilabile all’ “Uomo universale” e il “microcosmo” all’ “uomo individuale”

7 vedi: O. Spengler, Il tramonto dell’occidente, Longanesi ed.

8 vedi: J. Evola, Rivolta contro il mondo moderno, Mediterranee ed.

9 vedi: M. Horkheimer e T.W. Adorno, Dialettica dell’Illuminismo, Einaudi ed., e anche Herbert Marcuse, L’uomo a una dimensione, Einaudi ed.

10 si fonda su queste tematiche dell’opera di Guénon il giudizio, peraltro unilaterale e scarsamente approfondito, che da il politologo di formazione accademica Giorgio Galli , interpretando Guénon come autore esprimente concezioni di  “elitismo” politico, in “Storia delle dottrine politiche”, “Il Saggiatore” ed.

11 R. G., La metafisica orientale, pag. 28-29, Luni ed.

12 R. G. Introduzione generale allo studio delle dottrine indù, pag. 104. Adelphi ed