TRADIZIONE INIZIATICA
Gabriele Rossetti
LE PROVE INIZIATICHE NELLA DIVINA COMMEDIA

LA DIVINA
COMMEDIA
DERIVÒ DALLA SCIENZA OCCULTA
E NE CONTIENE IL MISTICISMO
Abbastanza ci siam trattenuti alla porta della Iniziazione, per considerarne l’angelo portinajo, le chiavi misteriose, la piazione che prepara 1’espiazione, i tre passi ascendenti del poeta, i tre colpi ch’ei si dà al petto, e le tante altre cose significanti che vano sarebbe il ripetere.
Ei la chiamò Porta di San Pietro per farci sentire ch’ei travestì la Filosofia Pittagorica da Teologia Cattolica. Tempo è ch’ei si riponga in cammino, e noi lo seguiremo sino al sommo del suo viaggio mentale. Se ne andrem considerando attentamente i passi, vedremo che le finzioni del suo poema e i misteri della iniziazione sono come il volto esterno e l’immagine nello specchio.
I1 corpo di lui è nella tomba ravennate, ma l’anima di lui è nella Divina Commedia. Evochiamola di là a rivelarci il gran segreto de’ secoli, e propriamente quello del medio evo, ch’ei depositò nel suo poema allegorico; e comprenderemo da qual fonte ei ne attinse le dottrine, e chi gl’insegnò a trasformare la filosofia in poesia.
LE TRE PROVE
SIMBOLICHE DELLA SCIENZA OCCULTA
E LE TRE DELLA DIVINA COMMEDIA SI
CORRISPONDONO
Innanzi alla porta the introduceva ai misteri egiziani, trasmessi ai posteriori,
leggevasi una inscrizione, riportata da Terrasson e da Lenoir, la quale indicava
all’aspirante tutto il corso delle prove simboliche a cui doveva egli
sottomettersi. « Cette inscription sententieuse étoit conçue en ces termes:
Quiconque fera cette route
sans regarder en arrière et sans se retourner[1],
sera purifié par le Feu, par l’Eau et par 1’Air: et s’il peut vaincre la frayeur
de la mort[2]
il sortira de la terre, reverra la lumière, et aura le droit
de
préparer son âme à la
révelation des mystères de la grande déesse
Isis » (Lenoir). Alla enigmatica Iside Dante sostituì l’enigmatica Beatrice. E
le citate parole dimostrano quel ch’egli ha fatto nell’uscir dalla terra, e
riveder la luce, poiché il vedrem gradatamente purificarsi pel Fuoco, per
l’Acqua e per 1’Aria, secondo la stessissima successione de’ Misteri Egiziani.
Ne questa è pratica antica o scaduta,
ma attuale e permanente: di che ci assicura il Reghellini con queste
parole: « Nous conservons encore l’inscription qu’on lit sur le sarcophage d’Hiram
dans le souterrain:
Quiconque aura fait
ce voyage
seul
et
sans
crainte sera purifié par le
Feu,
par
l’Eau
et par
1’Air; et ayant pu vaincre la
frayeur de la mort,
ayant son âme préparée à
recevoir
la lumière, il aura le droit de sortir du
sein de la terre, et d’étre admis à
la revelation des grands mystères. C’etait la même inscription que l’initié aux
grands mystères de la déese Isis trouvait
à
la fin de ce cours (Apulejus); c’est la resurrection
a
une nouvelle vie »[3].
Vediamo dunque come Dante ottenne
Vita Nuova.
ARTICOLO I
Prima Pruova
.
Quando Virgilio additò al suo seguace il lunghissimo corso che gli proponea di
fare, gli disse fin dalle prime mosse del triplice viaggio:
«
Prima udrai le disperate strida » de’ dannati, e « poi
vedrai color che
son contenti nel foco »,
cioè i
purganti; quasi che 1’essenza del Purgatorio si restringesse alla sola ultima
classe degli spiriti ch’ei colà visita, i quali son coloro che son
contenti
nel foco.
Giustissima idea, che deriva dalla mitologia! Il fuoco che in greco dicesi
pur
(πυρ)
è
la radice di Purgatorio e Purgazione: quindi color che son contenti nel fuoco
son color che si purgano. Ed
è
questa l’ ultima P che gli resta a cancellar dalla fronte. E vuolsi notare che
fra tutte le pene che in quel monte s’ incontrano, la pruova del
foco
è la
sola
cui
egli soggiaccia: le altre le osserva, ma questa la soffre. E la comun opinione
mal sa disgiungere Purgatorio e fuoco: tutt’i quadri che lo dipingono
stan lì per attestarlo ad ogni sguardo, ed ogni predicatore chiaramente lo
esprime, come io stesso ho più volte udito: Purgatorio e fuoco sono
inseparabili. Dante 1’ha riserbato come l’ultima delle sette purgazioni, onde
collegar questa pruova con le altre due seguenti.
Dante nel dipingere 1’Aquila che lo rapì in alto, mentre in
sua
mente
era
peregrina dalla carne,
cantò:
In sogno mi parea veder sospesa
Un’ aquila nel ciel con penne d’ oro,
Con l’ ale aperta ed a calare intesa;....
Poi mi parea che più rotata un poco,
Terribil come, folgor discendesse,
E me rapisse suso infino al foco.
Ivi parea ch’Ella ed Io
ardesse,
E si 1’incendio
immaginato cosse
Che
convenne che il sonno si rompesse.
Ci piaccia andar infino al fuoco
ch’è
la suso, dove l’Aquila-Lucia lo rapì, per
considerare che
cosa gli accade.
« II nuovo pelIegrin d’Amore »[4]
continua il preso cammino fra i due poeti che lo scortano, Virgilio
e
Stazio « che a poetar gli davano intelletto»;
ed ecco apparire un gran fuoco,
dentro cui ardono gli amanti, « il cui
peccato fu ermafrodito »
[5].
Due soli ne son da lui nomati, cioè
Arnaldo Daniello, detto il gran Maestro d’Amore in Provenza, e Guido Guinicelli
che fu uno de’ primi maestri d’Amore in Italia. Né potea sceglier due altri che
meglio indicassero il suo intento, poiché tutti e due furono Gran Maestri
amatoriae atgue mysticae artis, tutti
e due avevano il grado di Erm-Atena.
D’uom-donna, tanto bella e dilicata (Rime antiche).
Ciò risulta dalle carte loro, sino al punto the il Guinicelli, nella sua
Canzone
oscura sulla natura d’Amore
scrisse di se stesso
« Donna, Dio mi
dirà».
Ecco in qual senso il lor peccato fu
Ermafrodito, e
non in quell’altro in cui fu comunemente preso, e di cui Dante nulla saper potea,
dopo tanti anni che il Provenzale e il Bolognese erano morti e sepolti. Alta
è
la venerazione che per entrambi ci mostra, e massimamente pel Guinicelli, ch’ei
denomina «
il
padre mio e degli altri miei miglior che mai
rime d’Amor
usar dolci e leggiadre ». Essi che son
nel seno del
grande Ardore, mentre i1 fuoco gli abbrucia,
cantano lietamente, perchè
son contenti nel
fuoco.
Qui potremmo considerare l’azion significante di costoro, ognun de’ quali va
col
viso incontro all’altro, e si baciano uno con uno, e
passan oltre
sens’arrestarsi,
per mostrare che fanno quella cerimonia rituale di cui scrive il Reghellini: «
La cérémonie de
l’osculum
fraternitatis
fut adoptée des Chevaliers Templiers qui la transmirent aux Frères Maçons
».
Potremmo considerare perché Dante augura al Guinicelli che « la sua maggior
voglia
sia
tosto sazia, sì che 1’alberghi
il ciel ch’é
pien d’Amore
»,
cioè il terzo cielo; e perché il Bolognese si raccomanda al Fiorentino nel
vederlo andare al chiostro « nel quale
è
Cristo abbate del collegio
».
Potremmo considerare perché il Provenzale scongiura l’Alighieri per quel
valore che lo guida al sommo della
scalina, cioè della scala
simbolica; ma senza arrestarci su tal minuzie, procederemo all’ esame della
pruova del fuoco. la quale è
la sola (giova ripeterlo) a cui egli in tutto
il Purgatorio soggiaccia.
Dante non può giungere a Beatrice, se pria
1’incendio immaginato nol cuoce,
come lo cosse nel sogno, quando L’Aquila-Lucia
lo rapì insino al fuoco. Ei si
spaventa a quella vista, ma dee traversarlo, poiché chiunque s’ iniziava ne’
misteri « étoit oblige de le traverser
» (Lenoir).
Una voce grida:
« Più non si va oltre,
se pria
non vi
morde il fuoco:
entrato in esso. Virgilio conforta il suo seguace ad entrar nelle fiamme; ma pur
costui a tal vista rifugge.
Virgilio prega e riprega, ma quegli sempre resiste, e narra:
Quando mi vide star pur fermo e duro,
Turbato un poco disse: Or vedi, o figlio,
Tra Beatrice e te è questo muro....
Poi dentro al fuoco innanzi mi si mise
(Purg.,
XXVII).
Esclama dentro le vampe: « Parmi vedere gli occhi di Beatrice
»;
e Dante a quello stimolo attraversa le fiamme e passa. Si cuoce
sì,
ma non ne riceve serio danno, poiché ne’
misteri il fuoco per cui passava il
neofito era simile « à nos feux de theatre, composé d’un bois léger
très-inflammable » (Lenoir).
E così si avverò il sogno, poiché,
nella prima pruova simbolica, Egli e L’Aquila s’immersero nelle fiamme:
Ivi parea che’ Ella ed Io ardesse[6].
Dopo questa
prima pruova, quella del Fuoco, ch’é al termine della purgazione,
1’Alighieri, per incontrar la sua donna, entra nel Paradiso
terrestre; e ne’ libri rituali dell’ordine segreto io trovo
scritto che il luogo ove il neofito viene introdotto così appunto
si chiama: onde dal mistagogo gli è detto : «
Les jardins du Paradis terrestre sont notre délicienx sejour: ici 1es
ténèbres et la lumière, par un accord merveilleux, concourent
a la multiplication de notre
ordre....
Frère nouveau reçu, l’Esprit dont le souffle vient de m’inspirer s’est servi
d’énigmes »
[7].
Nel dire
che lo spirito inspiratore s’è servito
d’enigmi, e che le tenebre e la luce ivi s’ accordano per la moltiplicazione del
loro ordine, dà il carattere della scuola che fa precedere l’errore alla verità,
e la piazione all’espiazione; onde
sapienza enigmatica denominavasi quella del sacerdozio
egiziano, il quale, al dir d’Arnobio, solet praecepta per ambages dare.
Dall’ Egitto passò la scuola de’ misteri
alla Grecia; e qui potremmo
deciferare più d’una favola che presenta il tipo dell’iniziato. Tale è quell’Alcide
che scese nell’ Inferno per
ritrarne 1’anima d’Alceste, e che dopo varie vicende
fu assunto al cielo. Ma per qual mezzo? Per mezzo del
fuoco ove arse, e donde si elevò spirito purificato. Per tal
modo si spogliò della camicia avvelenata, dono fatale della moglie terrestre, e
divenne degno dell’ amplesso della sposa celeste. Così solo poté sorbire
il liquore della immortalità, presentatogli dalla sempre giovine Ebe, che
secolui si strinse in eterno conjugio. Ma senza arrestarci sui vecchiumi della
mitologia, consideriamo la pruova dell’Acqua, che ci darà il significato di
quell’umor portentoso di che si abbeverò Alcide, già dal Fuoco purgato.
Alla pruova del Fuoco succedeva ne’ misteri egiziani quella dell’Acqua, e nel
poema di Dante accade precisamente lo stesso, nel Paradiso terrestre.
ARTICOLO II.
Seconda Pruova
Questa venne
già descritta da varj autori antichi, e da varj moderni ripetuta. Ella ci
darà i mezzi di fare importantissime interpretazioni; onde su di essa ci
arresteremo alquanto più.
Questa pruova
dell’Acqua consiste in due pozioni, dalle quali risultano i due punti
principali della Iniziazione, finir la vita vecchia,
e cominciar la vita nuova, obblio
del
passato, e memoria del futuro, che con le parole del rito segreto più volte
innanzi mostrammo.
In altra opera nostra presentammo sì l’uno che 1’altra coi detti del Cartari, il
(quale citò scrittori antichissimi, e qui ci varremo delle parole del Fontenelle,
il quale parlando dell’antro di Trofonio, i cui misteri eran derivati dagli
egiziani, scrive così: « On vous conduisoit jusqu’a la source du fleuve Hircinas,
et on vous faisoit y boire deux sortes d’eaux: celle du Léthé qui
effaçoit de votre esprit toutes les pensées profanes qui vous avoient occupé
auparavant; et celle de Mnemosyne
qui avoit la vertu de vous faire retenir tout ce que vous deviez voir dans
1’antre sacré.
Après tous ces preparatifs, on vous faisoit voir la statue de Trophonius, a qui
vous faisiez vos priers, et on vous equipoit d’une tunique de lin ».
Questa candida
tunica che ricopriva il candidato indicava l’uomo purificato e nuovo, che «
in novitate vitae ambulabat
». Dante ritenne 1’acqua del Lete,
ed all’acqua di Mnemosine sostituì 1’altra di Eunoè che ha il medesimo
signifcato, e produce il medesimo effetto. E forse fé questo cambiamento di nome
per confondere la gente grossa, e per mascherare alquanto il suo disegno.
Dovea, ne’ misteri egizj, il neofito traversare un canale, e tutto in esso
tuffarsi: lo stesso dovea fare ne’ misteri eleusini, dopo di che lavato e mondo
passava all’Elisio. (Lenoir, p. 256). Ciò l’Alighieri dipinse nella sua propria
persona. Prima ch’ei gustasse delle ultime delizie dell’Eden, vien immerso
in un canale, donde emerge mondo e rinnovato; e Beatrice, la
vita contemplativa,
è quella che lo fa
ivi tuffare; onde il familiar del poeta annota: « Matelda,
la vita attiva,
immerse 1’autore
nel fiume, e lui rinnovò ».
Come nel Corso della pubblica istruzione le lettere precedono le scienze, e la
bellezza delle une prepara la mente alla verità delle altre, così pure nel corso
dell’istruzione segreta, la vita simbolica precede la filosofica. Il mistico
direbbe: Lia precede Rachele, Marta precede Maria; e Dante dice: Giovanna o
Primavera precede Beatrice o State: l’una vistosa per fronde e fiori, 1’altra
utile per messe e frutti. Anche il Dr. Ozanam ha
ciò riconosciuto; onde scrisse: « Il y
a pour l’homme deux destinées ici bas: 1’ une
active,
ou il s’efforce
d’operer par lui-même, 1’autre contemplative, ou i1 considère les
operations de Dieu et de la nature.
Ces
deux destinées, figurées dans 1’Ancien Testament par Lie et Rachel, et dans le
Nouveau par Marthe et Marie, sont représentées dans le poème de Dante par
Mathilde et Beatrice ».
E di ciò non
v’ha dubbio.
Il familiar del poeta non dà mai altro nome a Matelda che di
vita attiva, e scrive che «
1’autore pone Beatrice in simil
grado con Rachele ch’è
figura della vita contemplativa »
Ma torniamo alla pruova dell’Acqua. Due acque bevea il neofito, prima quella
dell’obblio a cui seguiva la manifestazione d’Iside, a poi quella della memoria
che il preparava alla scienza d’Iside già
svelata. Lo stesso vediamo in questa seconda pruova di Dante: ei bee
prima di Lete, al che segue la manifestazione di Beatrice; e poscia bee di Eunoè,
che il prepara ad accogliere i detti di Beatrice, perché « la scienza è
beatitudine dell’intelletto », ed «
ha potestà di rinnovare natura in chi la mira »
(Convito).
Queste due pozioni mistiche, descritte nella
divina
Commedia, son ripetute in opere di
altre lingue che derivarono dalla stessa scuola: ne
citerò due, una inglese recentissima, l’altra
francese del secolo passato.
Nel1’Epicureo del
vivente Tommaso Moore, ingegnoso romanzo che tratta dei misteri egiziani, il
medesimo precisamente si vede. Il neofito prima tracanna l’acqua dell’obblio,
al che segue la manifestazione d’Iside, e poi sorbisce 1’acqua della memoria,
per rammentarsi di quanto in quella manifestazione
gli è comunicato. Non cito parole,
perché quel bel lavoro va fra le mani di molti, tradotto in tedesco, in
francese, e in italiano.
Nel Sethos dell’Abate
Terrasson, che pure tratta de’ misteri Egiziani, si scorge a puntino lo stesso
processo simbolico. Ma piuttosto che valerci delle parole di quel muratorio
romanzo, impiegheremo quelle d’un’opera dottrinale che si vale delle stesse
formole di dire. Nel riferire i detti di Lenoir, riferiremo quelle di Terrasson.
In quel libro ov’egli assume a dimostrare
l’Antiohità della Massoneria,
troviamo che il capo della iniziazione egiziana nel presentare la
prima acqua al proselito gli dicea: « Que cette eau soit un breuvage de Léthé
ou d’oubli pour
toutes les fausses maximes que vous avez ouĩes de la bouche des
profanes» e con ciò dal neofito era distaccato 1’uom vecchio, per
preparar la nascita dell’uom nuovo, onde Virgilio:
....Animae
quibus altera fato
Corpora debentur,
Lethei ad fluminis undam
Securos latices, et longa oblivia
potant (Æneid., VI).
A ciò seguiva la manifestazione d’ Iside che teneasi per maschio e femina: «Les
Égyptiens donnaient à Isis la forme des deux sexes et l’appelloient Dieu
». (Lenoir).
E perciò Plutarco fa dire ad Iside Sive
tu Deus, sive tu Dea
(De
Iside)[8].
Onde que’ sacerdoti a lei diceano: « Isis, o grande déesse des Égyptiens, donnez
votre
esprit au nouveau serviteur,
qui a surmonté tant de périls et de travaux pour se présenter à vous. Tous les
prêtres répétoient en choeur le voeu. — Lorsqu’ils avoient terminé le chant, le
hierophante relevoit le prosélite et lui presentait une liqueur confortative,
en lui disant:
Que
ceci soit un breuvage de Mnémosyne, ou de
mémoire,
pour toutes les leçons que vous recevrez de la Sapesse »
(LENOIR).
Questa Sapienza
è
appunto Iside ερμαφοδιτος, cioè maschio e femmina, che dava
il suo
spirito
al suo nuovo servitore, alla quale Dante sostituì Beatrice, di cui si
dichiara servitore nella Vita Nuova.
È superfluo 1’applicare minutamente questa seconda pruova de’ misteri
antichi alla seconda pruova del nostro poema. L’Alighieri tuffato in Lete bee
I’acqua dell’oblio; dopo ciò gli angeli cantano a Beatrice quasi le
stesse parole che
i
sacerdoti
cantavano ad Iside:
Volgi, Beatrice, volgi gli occhi santi
(Era la lor. canzone) al tuo fedele[9]
Che per vederli ha mossi passi tanti ;
Per grazia fa lui grazia che disvele
A lui la bocca
tua,
sì che discerna
La seconda bellezza che tu cele.
0 isplendor di viva
luce
eterna!
sclama il fedel di Beatrice, al veder qual gli apparve costei, quando
ella,
solvendosi nell’aere aperto disvelò
la bocca,
il
che indica manifestazione orale. Dopo ciò al fedele è fatta bere
1’acqua di Eunoè, cioè della buona memoria, che «La
tramortita in lui virtù ravviva » (ivi), affinché si
ricordi della scienza arcana, che la bocca della personificata
Sapienza Beatrice gli andrà rivelando in tutto il corso della
terza cantica.
Adunque il poeta, nel bere le due acque di opposto effetto, espresse
chiaramente la Seconda Pruova della iniziazione, la quale si usa ancora negli
attuali misteri. Onde il Ragon, parlando della Loggia cui egli presiede, scrive:
« Dans les premières années de la loge des Thrinosophes
ces
deux brenvages
étaient donnes au recipiendaire »
E distingue le due bevande così, nel porgerle al proselito: « Qu’elle soit pour
vous un breuvage de
Léhté
ou d’oubli, à 1’egard des fausses maximes que vous avez puisées parmi les
profanes ». « Qu’elle soit un breuvage de
Mnemosyne
ou
de mémoire, pour les leçons quo vous recevrez de la Sapesse » (p. 91).
E Dante in corrispondenza:
Da
questa parte con virtù discende
Che
toglie
altrui memoria del peccato,
Dall’ altro d’ogni ben fatto la
rende.
Quindi
Letè,
così dall’ altro
lato
Eunoè
si chiama, e non adopra
Se quinci e quindi pria non è gustato. (Purg., XXVIII)
Quel che abbiam detto di questa pruova seconda potrebbe
bastare, ma ripetiamo essere essa tanto essenziale da potersi dire la
principale fra le tre, anzi il germe del misticismo onde
risulta la vita nuova del neofito, e di cui Dante sparse moltissimi cenni in
corrispondenza, nel
Convito,
nella
Vita
Nuova
e nella
Commedia
stessa.
È mestieri perciò arrestarci alquanto più su di essa per darle in certo
modo la preferenza, pria che ci dirigiamo alla Terza Pruova.
E prima osserverò che Dante nel farsi immergere in Lete, con che muore a
rinasce, giusta l’espression di Virgilio, impiegò per compare e commare (o
compadre
a
commadre) Stazio che ha carattere Tolosano, e Matelda, che l’ha
Romano: infatti costei «
donnescamente
disse: Vien con lui
»,
e invitò l’altro a concorrere alla
mistica funzione. Ciò esigeva quel Volgar bisense, che corrisponde ai due
figurati generanti; onde il poeta-filosofo scrisse nel
Convito:
« Questo mio Volgare fu congiungitore delli
miei
generanti
che con esso parlavano.... perché manifesto è lui essere concorso
alla
mia generazione,
e così essere alcuna cagione del mio essere ». E il suo essere è
come quello del suo
Volgare.
L’uno ha corpo ed anima, l’altro ha il fuori e’l dentro; l’ornamento
e la sentenza, la bellezza che diletta e la bontà che giova: in somma
la poesia che illude e la filosofia che disinganna, dette altrimenti, la
lettera e lo spirito: la prima vien dalla madre, fautrice della Chiesa Romana,
ma il secondo dal padre, a quella avverso. Ecco la commadre e il compadre che
concorsero alla sua generasione
a
vita nuova. La lettera uccide, lo spirito vivifica, alla prima si
rinunzia, al secondo si aderisce, la prima si deve obliare, il secondo
rammentare: effetti di Lete e di Eunoé.
Il Cartari scrive che l’iniziato ne’ misteri greci, dopo aver bevuto «
de’
due fonti,
uno della
obblivione,
del quale bevea prima per scordarsi di tutto il passato, l’altro della
memoria,
per ricordarsi di ciò che riportasse dall’oracolo » veniva a quella deità
introdotto; ed a significare che la prima acqua avea prodotto il suo
effetto, ei veniva spinto in un antro, ove rimanea
tanto sbalordito che non si
ricordava
più
di se stesso né di altri;
ma gli sacerdoti lo mettevano in un seggio, che si denominava
la sede della memoria,
e gli sovveniva, allora tutto quello che avea visto o udito, e
raccontavalo a que’ sacerdoti ». Dante del pari, a dinotar lo stesso concetto,
dopo aver bevuto di Lete, dice alla sua donna
Non
mi ricorda ch’io mi straniassi da voi[10].
E
colei risponde: «Se ricordar non te ne puoi, è perché beesti di Lete; e
se dal fumo si argomenta fuoco, cotesta
obblivione
chiaro conchiude
colpa nella tua voglia, altrove intenta ».
Scrivea Sinesio:
«
Alius dicat
quod
sit
laetheum,
sive oblivionis poculum illud
animabus exeuntibus
dari solitum; animae certe in hanc vitam
ingressae
exhibitum poculum nihil aliud est nisi vitae hujus dulcedo et voluptas ».
Ecco chiaramente distinte le due bevande, quella che si da all’anima che esce
dalla vita vecchia, e quella che si dà all’ anima che
entra
nella vita nuova.
In questa vita nuova si rinasce persona parvola, e l’ora in cui
dicesi ciò avvenire è il
mezzodì.
«Quel
âge avez-vous comme Apprendif
? Trois ans. Quells heure est-il? Près de midi ».
(Maçonn.
Adonhir.). E Dante rinacque persona parvola appunto nel mezzodì; poiché
quando
tornò
dalla pozione di Ennoé,
rifatto
e rinnovato,
come piante
novelle,
«
Teneva il sole il cerchio di merigge
».
(Purg.;
ult). Il merigge nella Chiesa latina si chiama
l’ora
sesta,
tal è massimamente nell’ equinozio. Dante che ne discorre nel
Convito, volendo anche indicare perchè scelse quell’ ora pel suo
morire come uomo vecchio, scrive « ch’era quasi ora sesta quando
morìe, ch’è a dire lo colmo del dì perocché la sesta ora, cioé il mezzodì, è la
più mobile di tutto il dì e la più vertuosa »; ma appena il tocca, e «
lasciando
la sesta
nel mezzo del dì per la ragione che si discerne »; e passa all’ ora seguente, in
cui si volge al terzo pellegrinaggio con la sua donna Nove:
«e
però sappia ciascuno che la diritta
Nona
sempre dee sonare nel cominciamento della settima
ora del
dì;
e questo basti alla presente digressione,
e poi volgi » ;
e troverai il principio della terza cantica, in cui
la
volontà
e
1’intelletto
personificati si dirigono alle sfere, dove li contempleremo ben
tosto[11].
Virgilio pose quasi nel mezzo della sua
Eneide
il
figurato
processo della Iniziazione: così fece il suo seguace. Dal
punto ch’ei si tinge di pianta
vecchia,
sino a quello in cui divien
pianta novella
(come più giù vedremo) ei sempre tratta della Iniziazione sua. Ne solo nel mezzo
del laberinto allegorico, ma quasi in mezzo delta chiave eleusina
ei
situò
l’essenza del misticismo. E ci avverte in quell’enigma che alcune parole,
le quali poteano disingannare gl’illusi, le avrebbe poste
quasi
in mezzo,
cioè
nella seconda cantica. Onde fa dirsi da Amore (cioè dice egli stesso) riguardo
alla sua donna: « Conciossiaché veracemente sia conosciuto
per lei alquanto lo
tuo segreto
per lunga consuetudine, voglio che tu dica certe parole
per
rima,
nelIe quasi tu comprenda la forza ch’io tengo sopra
te per lei; e come tu fosti suo tostamente dalla tua
puerizia[12].
....
E per questo sentirà la tua
VOLONTÀ,
la quale sentendo conoscerà
le parole
degl’ingannati.
Queste parole fa che sieno quasi in mezzo[13]
. . . . falle adornare di soave armonia, nella quale io sarò tutte le
volte che farà mestieri
».
E così
è:
ne’ punti più significanti della
Divina Commedia,
e massime
nel mezzo,
o
seconda cantica, adorna di
soave armonia,
un tale Amore non manca mai d’essere visibile a chi sa riconoscerlo. E
già lo mostrammo alla porta della iniziazione con l’Angelo portinajo e le due
chiavi, ed or lo mostreremo con le tre pruove, di cui questa
è
la seconda.
Ognun comprende che Dante, il quale, tuffato in Lete, bee di quell’ acqua[14],
vale Dante che perde la
memoria del
passato.
Ivi
muore in lui l’uomo vecchio, e lo vedremo rigenerato
intelletto nuovo
e
volontà nuova,
come da tanti ritraemmo, e da Dante medesimo, di cui van qui ripetute le parole,
quand’ei dichiara che l’uso del suo animo
è
quel ch’ei chiama sua,
BEATITUDINE o
sua
BEATRICE:
«
L’uso del nostro animo
è
sommamente dilettoso e quello ch’è
sommamente dilettoso a noi, quello
è
nostra
BEATITUDINE;
e qui s’intende
animo
solamente la parte razionale, cioè la
volontà
e l’intelletto
» (Convito).
E perciò con significantissime parole ei ci disse aver fatto
due parti di
se, che sono appunto quelle che ha qui espresse, e di aver mandato la sua
visione enigmatica ai fedeli d’Amore, ch’eran pure così divisi.
AI morir dell’ uomo vecchio ed al nascer dell’ uomo nuovo
è
relativa quella pianta misteriosa ch’è svelta appena risorge, e perciò l’un
simbolo vale
l’altro:
consideriamolo.
Potea mai Dante dire: “Io cessai d’essere
pianta vecchia
e cominciai ad essere
pianta nuova o
neo-fito?”
In chiare note no, ma in mistiche figure sì; e così fece.
Apriamo il primo e 1’ultimo canto del
Purgatorio,
cioè
il principio e il termine dell’arcana purgazione, e confrontiamoli. Negli
ultimi quattro versi dell’ uno ei si dichiara
pianta vecchia,
e, dopo la settemplice esPIazione, negli ultimi quattro dell’altro ei si
dichiara
piante novelle,
perché Intelletto e Volontà.
Nel primo canto,
ei
si fa cingere d’ un giunco, bagnato dalle acque: appena
è
svelto il giunco vecchio, tosto nasce il nuovo: il vecchio cinge Dante, e il
nuovo resta appo quell’onde: ecco Dante dichiararsi
pianta vecchia.
Nell’ultimo canto, ei torna dalla pozione dell’acqua seconda in cui risorge, con
che si annunzia
piante novelle.
Vediamo qui due luoghi correlativi.
Ei narra che Virgilio lo cinse del giunco vecchio:
Quivi mi cinse, si come altrui piacque:
Oh maraviglia! Ché qual egli scelse
L’ umile pianta
cotal si rinacque,
Subitamente là onde
la
svelse.
(Purg.,
I,
ultimi versi).
Avulso primo, non deficit alter (Æneid.,
VI), avea cantato Virgilio della corrispondente pianta misteriosa, e per la
stessa significazione, là dove adombra i Misteri Eleusini.
Dante scrive così negli ultimi quattro versi del
Purgatorio:
Io
ritornai dalle santissime onde [d’Eunoè)
Rifatto si come
piante novelle,
Rinnovellate
di novelle fronde,
Puro e disposto a salire alle stelle.
E dice
piante novelle
pl.
per ciò che abbiamo innanzi esposto. E qui rifletto che Dante cinto di giunco,umile
pianta,
ricorda
Amore con viso dipinto d’umiltà, o vestito di vili drappi. ( Vita Nuova).
Ond’egli scrisse del giunco di cui si cinse: « Null’altra pianta che
facesse fronda, o indurasse, vi puote aver vita, Però che alle
percosse non seconda
(Pur., I),
cioè, perché non cede, e si arrende agl’impeti. Spogliato
dell’umile pianta
ei riprende, dopo l’esPIazione, la sua dignità, e diviene
come piante novelle, rinnovellate
di novelle fronde),
e non quella che
non fa fronda.
Ogni
minima espressione
è
una conferma.
Dante mette in relazione que’ due simboli corrispondenti,
cioè
il giunco presso le acque a
pié
della montagna, e la pianta che mette
fronda sul giogo
di essa, onde scrive nel Convito: « Vedemo certe piante
lungo le acque
piantarsi, e
certe
sopra i
gioghi
delle
montagne. -
Dov’è da sapersi
che la nostra buona e diritta natura ragionevolmente procede in
noi,
siccome vedemo procedere
la natura delle piante
in quelle. -
Questo seme
divino, di cui si è parlato di sopra, nella nostra anima incontanente
germoglia, mettendo e versificando
per
ciascuna
potenzia dell’Anima
secondo la
esigenzia di quella; germoglia dunque per la vegetativa, per la sensitiva e per
la razionale » E perciò «
Homo tripliciter
spiritatus
est,
videlicet
vegetali,
animali et
rationali » (Vuigari Eloquentia).
Qui
direbbe Lucrezio:
Jam
triplex
animi est igitur
natura
reperta (Lib.,
III).
Oh
quant’altro aggiunger potremmo circa questa seconda pruova! Ma è tempo di
chiuderla, per considerar l’ultima.
ARTICOLO III
Terza
Pruova.
Alla
già esaminata pruova dell’Acqua succedeva quella dell’Aria, terza ed ultima ne’
misteri. E pria noterò che Dante presentò in accorcio le tre pruove, ma
invertite, là dove vide il carro di sua donna venir con
vento,
con
nube,
e con
igne.
(Pur.,
XXIX).
Igne vale
fuoco,
nube
indica acqua e
vento
aria.
E così invertite le presenta Virgilio, là dove, adombrando i Misteri Eleusini, cantò dell’anime:
Supplicia expediunt: aliae panduntur inanes
Suspensae ad
ventos;
aliis sub
gurgite vasto
Infectum eluitur scelus, aut exuritur igni.
Quisque suos patimur manes; exinde per amplum
Mittimur Elysium.
(Æneid., VI)
.
E per
l’alto Elisio vedrem mandato Dante, dopo che sospeso ai venti avrà sostenuta la
Terza Pruova ed ultima, quella dell’Aria. Ed ecco in che cosa consisteva.
Una, macchina ingegnosa rapiva dal suolo il neoftto, ed innalzavalo ad una
considerabile altezza, per figurarlo elevato al cielo; e facealo, così sospeso,
girare intorno a ruota parecchie volte, come se lo menasse successivamente per
le sfere celesti. « C’est alor que le machinisme agissoit.... Une détente
faisoit mouvoir les roues, qui ébranloit
le pont levis, et l’enlevoit avec 1’aspirant, qui,
en faisant
plusieurs fois le tour rapide qui
produisoit cette mécanique, se trouvoit
suspendu dans l’air, et lui faisoit.voir au dessous de
lui un précipice immense » (Lenoir).
Ecco la vera immagine del terzo viaggio di Dante per le sfere celesti, ch’egli
girando trascorre di stella planetaria in stella planetaria, sino alla settima,
il che
è
chiaramente indicato dal grado ch’è detto la Chiave
della Massoneria con queste precise parole: « Le sette stelle
rappresentano i sette principali e diversi gradi pei quali dovete
passare, onde conseguire la sommità della gloria »[15].
E perciò il neofito ne’ catechismi dice che il luogo ov’egli entrò « si chiama
la casa del Sole, della Luna
e
delle stelle »; e ch’egli « in quel nuovo mondo gira come i pianeti nel
firmamento »[16].
E se vogliam vedere che cosa lassù vedesse, seguiamo ad udir quei dottori che ce
ne hanno informati.
« L’interieur du Temple où les Franc-Maçons célèbrent leurs mysteres
represente le ciel: on y voit une voûte peinte en bleu d’azur, ornée des images
du soleil, de la lune et des étoiles qui remplissent le firmament. Le Venerable,
considéré comme
la
Supreme Toute-Puissance,
est, comm’elle, placé à l’orient sur un trône d’or. C’est ainsi que
se
plaçoit dans le temple d’Isis le hierophante,
chef des initiations, parce qu’il étoit veritablement un symbole de
l’intelligence regulative du monde terrestre et celeste, Le hiérophante
des Egyptians et des Grecs, comme le Venerable Maitre, ou le Très-Grand des
Franc-Maçons, assis sur un trone d’or et d’ivoire, revêtu de la pourpre
royals et orné d’une clarté eblouissante, etoit l’image vivante d’un
Dieu etincelant de lumière, père de la sagesse et createur de
l’astre auguste » (Lenoir).
«The
hierophant, that is
the revealer of sacred things, in
the Elisian Mysteries, was arrayed
in
the habit, and adorned with the
symbols of the Great Creator of the world, of whom in those
mysteries he was supposed to be the
subsitute
and revered as the
embleme
»
(Maurice).
Ma
come mai a sì alto oggetto l’anima viaggiatrice perveniva?
Nella scuola persiana vedremo il come. «Les perses vouloient
que
notre ame aille au ciel, mais qu’il falloit qu’elle passât
sept portes[17],
de plomb, d’etain, d’airain, de fer, de bronze, d’argent, et d’or. Les Maçons
Alchimistes établirent des doctrines analogues[18].
Ici on peut supposer que les Perses entendoient que l’âme devoit faire
le
pelerinage des
sept
planètes,
avant de se reposer dans le centre de la felicitè, le soleil. On
a
vu Swedenborg emprunter cette idee »
(Reghellini).
Lo Svedese in fatti descrive, come il Fiorentino, il suo viaggio pei
sette pianeti. Or qual maraviglia che il citato scrittore asserisca fermamente
che Dante e Swedenborg professavano la stessa sua dottrina segreta?
Nell’accennare il mistero del triplice cerchio muratorio, che l’Alighieri
dipinge qual nel grado della Chiave
è
descritto, ei dice così : « Le Dante dans son Paradis voit l’Éternel qu’iI
decrit sous le symbole de
trois
cercles.
Le poète dans sa vision voit une
transfiguration
de ces cercles lumineux, en sa propre figure et ressemblance. Les anciens ont
établi la forme de la Divinité sous celle de l’homme, avant le cygne d’Italie.
Ainsi ont fait les Egyptiens, les Grecs, les Romains, les Chrétiens, et
dernièrement Swedenborg a cru voir Dieu sous la même forme que lui.... C’est en
Italie que ces doctrines se trouvent professées avant qu’elles le fussent
ailleurs. — Le Dante, lorsqu’il a peint la Divinité, ne s’est servi que des
symboles des Abraxas[19].
Il etait initié dans les doctrines que nous avons expliquées
sur le Soleil, emblème de la Divinité. doctrines suivies par les Cabalistes et
Ies Rose-Croix, établis depuis ces époques lointaines, comme nous
dirons,
à Florence, Venise et ailleurs
»;[20].E
perciò i nostri amanti platonici, e massimamente Dante, rassomigliano la
loro donna-anima al sole, emblema della Divinità, come abbiam ritratto
altrove dalle stesse loro parole.
E che per la scienza o 1’arte d’Amore dovesse l’Alighieri
salire
al ciel con 1a terrena soma
è
cosa che ci
è
fatta capire da molti di coloro che professarono tal arte o scienza, ai quali
Amore medesimo,
Per volar sovra il Ciel, avea date ali,
Per le cose
mortali,
Che son scala al Fattor, chi ben 1’estima.
(PETRARCA)
I1 Varchi in parecchie sue Lezioni recitate nell’Accademia Fiorentina, successa
alla
Platonica, afferma lo stesso, ed in una scrive così: « Mi potrebbe alcuno
dimandare, quale
è
quello strumento che m’ha dato la natura, mediante il quale possiamo ridurre all’atto
questa
potenza, cioè
salire al
cielo
colla terrena
soma,
e divenire d’uomini, dei? Si risponde che questo strumento senza alcun dubbio
è
l’Amore; 1’Amore è questo strumento senza dubbio alcuno; e mediante 1’Amore non
solo potemo ma dovemo ancora levarci da queste nebbie
mortali, e, saliti
d’una
in altra sembianza a quegli
splendori oltramondani,
poggiare sopra
il
cielo,
e quivi contemplando visibilmente la prima cagione a faccia a
faccia
diventare lei;
e per questo significare furono aggiunte l’ali ad Amore. Né sia chi reputi
questa
salita,
e cotal
visione,
impossibile, perciocché ed alcuni de’ teologi l’affermano,
e molti filosofi la confessano, e quel grandissimo Arabo
[«
Averrois che’1 gran comento feo »][21],
il quale fu solo, o con pochissimi, vero filosofo dopo
Aristotele, pone il sommo bene e l’ultima felicità umana in questa così
fatta contemplazione,
la
quale egli chiama
intuitiva,
perciocché non si fa col discorso della ragione, ma presenzialmente con l’
occhio dell’intetletto. O maravigliosa e possentissima
forza di questo grande a santissimo iddio, Amore! quanto tu dei
essere amata, ringraziata, e adorata da tutt’i buoni, da tutt’i dotti, da tutt’i
saggi!
da te sola viene ogni quiete, ogni contento, ogni salute! »[22].
E il Ficino nel suo
Comento sullo Amore o Convito di Platone
ha parimente un capitolo intitolato « Che 1’Amore porta le Anime in Cielo, e
distribuisce i gradi della beatitudine » e un tale
Amore
è
da lui dichiarato
sacro mistero.
EPILOGO
Di alcuni
punti essenziali innanzi esposti
e massime circa le Prouve esaminate
Scrive
un dotto Inglese, riguardo ai misteri di Mitra-Amore: «As to Mithra himself, I
have Porphyry’s express authority for asserting
that his elevated station in his own temple was in the middle of the
equinoctial point » ;
e nell’equinozio Dante comincia il suo viaggio.
«
The two hands of Mithra grasp
two keys,
pressed closely to the breast....
A drawn
sword,
if Tertullian may be credited, opposed the candidate on his very entrance
»;
e
due chiavi
al petto aderenti, ed
una Spada nuda
in mano ha il custode della porta, nella adombrata iniziazione della
Divina Commedia.
«
The candidate was admitted through the north gate, where
a fire,
fiercely glowing with the solstitial blaze, scared but could not terrify
or retard the determined aspirant:
he was compelled to pass through
the
flame » ;
prima pruova, quella del
fuoco,
per cui Dante fu costretto a passare.
« He was hence hurried to the south gate, where the solstitial flood
awaited
him: into these floods his exhausted frame was instantly
plunged » :
seconda pruova,
quella
dell’
acqua,
in cui Dante fu interamente immerso.
«
The honours of the initiation were then conferred upon the candidate; and first
a golden serpent was placed in his bosom, as an emblem of
his
being
regenerated,
and made a disciple of Mithra; for this animal, renewing in vigour in the spring
by casting its skin, was not only considered as an apt symbol of renovated
virtue, but the sun himself, whose genial heat is annually renewed, when
revisits the vernal signs »: ecco Dante sorto a vita
nuova
sotto il segno dell’Ariete, dopo la sua iniziazione, al che si collega
quanto segue che riguarda la pruova dell’Aria.
Dice
il citato autore che il candidato, ricevuta che avea 1’iniziazione,
veniva cinto d’una zona che figurava lo zodiaco,
chiaro emblema
del nuovo viaggio sidereo a cui
si
accingeva; e
che perciò veniva immaginato ch’ei facesse peregrinazione «
in
that
sidereal metempsycosis or passage of the soul among the stars to its final
abode », e
chiama la dottrina
di
scorrere qual viaggiatore le sette sfere de’ pianeti
«
the doctrine of the seven superior boboons, or purifying spheres, through which they supposed
the transmigrating soul
to pass ».[23]
« Dans
les mystères de Mithras on célébroit la
trasmigration
successive des âmes, après la mort, dans les diverses planètes »,
dice
il Salvador;
e il Tasso, a far comprendere con quai figure veniva antichissimamente
tal peregrinazione adombrata, scrive: « Con la peregrinazione dell’animo si
possono acquistar le virtù: quella di Ulisse e di Enea fra i Ciclopi, i Lestrigoni, i Lotofagi, e nell’Inferno e ne’ Campi Elisi; o pur quella di
Pittagora e di Platone ai sacerdoti egizj, e di Apollonio Tianeo ai
gimnosofisti, furono quasi immagini della
peregrinasione della mente,
con la quale
sogliamo peregrinare non solo
nelle
concavità della terra, ma sovra
il sole e
sovra le stelle,
rimirando le cose invisibili
e
i regni intellettuali,
ascosi
alla
vista de’ mortali, e di luce divina risplendenti ».[24]
Possiamo riassumere
quanto fin qui
è
detto con
applicare al
poema
di Dante le parole di Lenoir:
«
Ainsi les épreuves usitées dans les
Mystéres d’Isis et de Cérès, comme dans la Maçonnerie, etoient au nombre
de trois, et on les operait par le
feu,
par l’eau et par
l’air.
Cependant j’en ajouterois une, qui est celle de la
terre;
car je considère
la
longue traversée que l’on faisoit faire au candidat, dans Ies immenses
souterrains de Memphis, comme le double symbole de la terre et des ténèbres. Ces
épreuves étoient donc une image des quatre element». A
ciò
si accorda quel che dice Platone, così riferito
dal pittagorico Jerocle: « Plato de ascensu loquitur hoc modo: Hominem cum illa
ratione superaverit quae sibi ex
terra, aqua, aëre,
et igne turbulenta, et rationis
experientia insederint, ad prioris atque optimi habitus
formam rediturum ». Apulejo infatti narra che, nella sua iniziazione
ai misteri, discese all’Inferno, salì al Cielo, e scorsi i quattro
elementi, ritornò sulla Terra; e che in quella occasione fu
celebrato il festivissimo giorno della sua nascita come iniziato,
natalem sacrorum. Eccone le
parole: « Accessi confinium mortis,
et calcato Proserpinae limine, per
mania vectus elementa
remeavi: nocte media vidi solem,
candido coruscantem lumine; Deos Inferos et Deos Superos accessi
coram.... Exhinc festissimum celebravi
natalem sacrorum ». (Metamorph.,
XI). Al che Lenoir
annota: « L’initié est cencé renaitre, et prendre une
nouvelle vie ». Questa e
non altro è la Vita Nuova di
Dante. Ed è da notare che Apulejo adombrò la sua iniziazione sotto le figure
d’una metamorfosi o trasfigurazione,
e che
della sua
trasfigurazione
Dante parla più volte nella sua
Vita Nuova,
come innanzi notammo. Da notar parimente che Apulejo nelle sue poesie si
finge amante; mentre era
filosofo
in realtà; onde Ausonio scrisse « esse Apulejum in vita
philosophum,
in epigrammatis amatorem
». Tal pure fa Dante,
filosofo
nella vita,
amatore
nelle poesie: onde fingendo amare Beatrice, ch’ei dice
figurare la Filosofia, descrisse la sua salita al cielo ch’egli
afferma figurare la scienza. E qui cade in acconcio esaminare il
Canzoniere
di Dante, per isdebitarmi d’una promessa innanzi fatta.
Niun miglior luogo di questo mi è venuto fra le mani
per soddisfare al mio obbligo. Molto, moltissimo dirne potrei, ma
io gli consacrerò tutta la Seconda Parte di questo Ragionamento,
con tutti e tre i suoi Articoli, per poi tornare con
maggior vigore al cominciato esame.
Da La Beatrice di dante. Ragionamenti critici, Cooperativa Tip. Galeati, Imola, 1935
[1] Questa frase vuol dire: « senza volgersi alla vita vecchia, dopo aver ricevuta la nuova ». Il concetto è convertito in azione.
[2] Gran senso ha questa frase, lo ricerchi chi può.
[3] Esprit du dogma de la Franche Maçonnerie, p. 6
[4] Espression ch'egli usa nella seconda cantica (Purg., VIII) ove si assoggetta alla pruova del fuoco; e disse nella Vita .Nuova che Amor pellegrino era in lui nel viaggiar fra gli spiriti, o pel cammin de' sospiri.
[5] Per fare quest' allusione all' uom-donna, o Mercurio-Venere (tanto vale ermafrodito (Ερμαφροδιτος), Dante non temé denigrare in apparenza uomini illustri da lui tanto stimati. Che illusione oltraggiosa !
[6] « Ella ed Io ardesse », composto d' ambo i sessi, come Erm-Atena ed Erm-Afrodite, il che divenne pel Tasso Ella ed Esso che doveva arder tra le fiamme: « Quand' EIla ed Esso è più costante in incolpar se stesso ». Rida chi vuole, ma la Gerusalemme liberata è poema mistico, e il suo autore stesso lo dice chiaro nel « Discorso sull' Allegoria » che vi premise; e io lo posso provare all' evidenza.
[7] Les Frano-Maçons etc. Amsterdam 1774
[8] Così di altre Deità: «Jovem in duas dividunt potestates, naturamque ejus ad utriusque sexus naturam transferentes, et viri et feminae, simulacro IGNIS substantiam deputantes ». (FIRMICO). Damasio, citato dal Cudworth, dice esser dottrina di Orfeo che la divinità produttrice del tutto è maschio e femmina. Infatti ne' frammenti d' Orfeo, presso Clemente Alessandrino, Giove è nominato metropator, cioè madre-padre, perché simbolo della doppia forza generatrice, attiva e passiva. Con moltissime antorità può egualmente provarsi che tanto Apollo quarto Mitra, ambo figura del Sole, eran pure considerati utriusque sexus. Degli angeli de' due sessi parla Swedenborg, e direbbe Milton nel gran poema for spirits, When they please, can either sex assume, or both.
[9] « Ora abbisogna il tuo fedele di te », o Lucia: è scritto nel secondo canto del poema. Fedel di Lucia, fedel di Beatrice, fedel d' Amore valgono lo stesso.
[10] Malizioso senso! Il qual vuole significare ch'ella con tutto i1 suo corteggio (e vedremo qual sia) apparteneva al suo uomo vecchio, onde l’uom nuovo 1'avea posto in oblio.
[11] I citati passi del Convito sono nel Trattato IV, cap. 23, verso la fine. I moderni critici non sapendo che farsi di quello e poi volgi l'hanno espunto: « e nondimeno (dicon essi) si legge in tutte le stampe, e in tutt'i codici ». Certo, poiché Dante vel pose, per dirigere il lettore iniziato alla terza cantica. Il poeta ivi tratta delle varietà della vita nobile, e nel citato capitolo parla dell’appetito dell’animo, e dice: « qui s'intende animo solamente quello che spetta alla parte razionale, cioè la volontà e l' intelletto », che sono appunto le piante novelle, rinnovellate di novelle fronde, che si dirigono al sidereo pellegrinaggio; laonde scrisse e poi volgi, se vuoi vederlo.
[12]
L'
alta virtù,
cbe
già
m'avea trafitto
Prima che
ancor di
puerizia
uscisse (Purg., XXX)
[13] Quasi in mezzo portano moltissime antiche e moderne edizioni, e non già quasi uno mezzo come quella di Firenze nel 1839, il che guasta il gergo di Dante.
[14] «Onde convenne ch' io l'acqua inghiottissi ». (Purg., XXXI). Imitato da quel di Virgilio:
« Lethaei ad fluminis undam Securos latices et longa oblivia potant ». (Æneid., VI).
[15] « The seven stars represent the seven principal and different degrees to which you must come, to attain the height of glory ». (Light on Mas., p. 261).
[16] Ne riportammo altrove le parole originali.
[17] « Per sette porte entrai con questi savi », cantò Dante con altra analoga figura, già esaminata.
[18] Quanti trattati d'alchimia nel media evo e dopo! e son tutti in gergo. Scrivea uno di questi alchimisti, autore d'un trattato De philosophia occulta, queste parole: « Io potrei dire molte cose di quest'arte alchimica, se non avessi giurato, come sogliono fare quelli che si consacrano ai misteri, di tacerle. Ed è questo silenzio costantissimamente e religiosamente osservato dagli antichi filosofi e scrittori ». E dopo aver parlato di quest'arte nel linguaggio convenzionale, ne indica il geloso oggetto così: «Sarei stato sacrilego rompendo il giuramento, ma io lo dirò per circuito di parole, sì che non m' intenderanno se non i figli dell' arte che sanno i segreti suoi »; e lo esprime in fatti con quel gergo. CORNELIO AGRIPPA, Della vanità delle science, cap. 90, traduzione di Lud. DOMENICHI. Vedi I trattati d' alchimia d'ARNALDO DI VILLANOVA e di RAIMONDO LULLI, contemporanei di Dante, e il Tesoro di Alfonso X re di Castiglia, suo antecessore.
[19] Symboles des Abraxas, cioè del Sole, spiega il Reghellini stesso, che ne dà l'etimologia e il
significato.
[20] REGHELLINI, Esprit du Dogma de 1a Franche Maçonnerie, p. 253. La Maçonnerie considerée ecc., pp. 344-375.
[21] Dante situò questo filosofo arabo una col suo Virgilio, Seneca, Tullio ed altri mistici, come Platone, Aristotele, Empedocle ecc. nel nobile castello con sette mura e sette porte di cui già dicemmo.
[22] Lezione copra il sonetto del Buonarrotti. « Non ha l'ottima artista alcun concetto».
[23] Th. MAURICE, Indian Antiquities, vol. I, p. 38; vol. VI, pp. 615, 618, 622, 623. Parlano dell' ascensione misteriosa dell' anima, celebrata ne' misteri di Mitra, S. Giustino, S. Geronimo, Origene, Tertulliano, Porfirio, Plutarco, non che altri antichi scrittori sacri e profani; e fra i moderni, moltissimi, fra i quali SAINTE-CROIX, Mystères du Paganisme.
[24] Dialogo, intitolato « Il Porzio, ovvero delle Virtù ».