SUFISMO


S.A.Q. Husaini

Ibn al-Arabi

Vita opere e caratteristiche

 


 

Ibn al-’Arabi (Muhammad figlio di ‘Ali, un discendente di Hatim Ta’i), nacque a Murcia, in Spagna, la notte precedente il Mercoledì 17 del Ramadan del 560 ( 29 Luglio 1165 ). Molto mistero circonda l’infanzia dello Shaikh. Il bambino sembra essere stato dotato di ottime qualità di mente e di cuore. Suo padre, che godeva di floride condizioni economiche, lo affidò all’insegnamento di  alcuni dei migliori eruditi dei suoi tempi,1 già molto presto nella sua vita divenne famoso per la  conoscenza, per l’abilità letteraria,  l’intelligenza scintillante,  la  stupefacente memoria e l’abbagliante forza mentale.

La sua famiglia era famosa per molti santi importanti, e lo stesso Shaykh  era profondamente coinvolto nelle idee e pratiche sufi. Sembra che fosse solito cadere in trance mentre cantava o pronunciava discorsi veementi. Viaggiò per tutta la Spagna in cerca di maestri che potessero dargli una conoscenza sufi di prim’ordine. Entro i venticinque anni aveva già visitato quasi tutte le città e i centri di sapere  in Spagna, e divenne famoso per tutto il paese come un brillante studioso, un grande scrittore di elegante poesia e di bella prosa, un sufi di prim’ordine, un’eminente uomo di spiritualità e conoscitore di scienze occulte. È detto che Khidr, il compagno di Mosè,2gli apparve in visione e lo fece suo discepolo.3

Fra il 1193 e il 1198, lo Shaikh attraversò ripetutamente lo Stretto di Gibilterra per visitare le città del Nord Africa specialmente Tunisi e Fez, in cerca di maestri. Fu durante questo periodo che egli scrisse Mawaqi’u’n-Nujum (Le stazioni delle stelle), Insha’ud-Dawa’ir (La formazione dei cerchi), ‘Uqlatu’l-Mustaufiz (Il nodo del sagace) ,  at-Tadbiratu’l-ilahiyyah (Il disegno divino) e molte altre delle sue opere giovanili. I suoi scritti vennero severamente attaccati dai dotti del tempo, e la gente cominciò a perseguitarlo per le sue  idee. L’opposizione alle vedute di Ibn al-’Arabi fu troppo grande nell’occidente mussulmano per consentire là una vita tollerabile.  I mussulmani stavano perdendo la loro influenza sulla Spagna e i tempi erano così turbolenti che lo Shaikh ritenne opportuno lasciare l’occidente e risiedere da qualche parte in oriente.

Nell’anno 1200 a.d. Ibn al-’Arabi lasciò la Spagna con l’intenzione di recarsi alla  Mecca. Lungo la strada visitò numerose città  nordafricane  e raggiunse la Mecca nel 1201. Risiedette alla Mecca per circa tre anni e lì coltivò alcune preziose amicizie. Fu durante questo soggiorno che iniziò la sua grande opera al-Futuhatu’l-makkiyyah (Le rivelazioni della Mecca), pubblicata in quattro volumi di circa settecento pagine ciascuno,  in ottavo imperiale. Le Futuhat comprendono 560 capitoli e costituiscono un trattato magistrale che espone i punti di vista dell’autore su tutte le questioni di religione e fede, in un modo a lui  peculiare. Probabilmente nessuna delle scienze note a Ibn al-’Arabi è stata lasciata fuori dalla sua monumentale opera. Lo stile del libro e  il metodo di trattazione sono fuori dal comune. Non è stato possibile all’autore, per proteggere la sua vita e per la preservazione delle sue opere, scrivere in una linguaggio diretto. Fu scelto uno stile altamente astruso e fantastico cosicché  non fosse possibile comprenderlo ai teologi creduli.

Dal 1204 al 1206 egli viaggiò in Mesopotamia, in cerca di maestri e passò un periodo a Baghdad e a Mosul. Fu in questa regione che lo Shaikh ebbe l’opportunità unica di incontrare uomini di diverse religioni, fedi e  sette. Incontrò gli esponenti di ogni genere di opinioni,  imparò da loro e insegnò loro con grande zelo e mente aperta.

Nel 1260 egli lasciò la Mesopotamia e andò in Egitto. Per circa un anno visse in Egitto,  soprattutto al Cairo e ad Alessandria. I suoi insegnamenti suscitarono una violenta opposizione, e fu ordito un complotto per assassinarlo. L’anno seguente lasciò l’Egitto e andò a Konia, in Asia minore. Fu qui che incontrò il suo famoso discepolo Saddru’ddin, Dopo aver lasciata  Konia viaggiò  in Anatolia, in  Armenia e in altre regioni, poi raggiunse Baghdad nel 1211. A quel tempo la fama di Ibn al-’Arabi  si era solidamente affermata per tutto l’oriente, ed egli aveva migliaia di discepoli. Ma mentre si stava guadagnando un vasto numero di discepoli la furia dei suoi avversari si intensificò, ed essi iniziarono ad attaccarlo violentemente.

I principi cristiani del nord erano in ottime relazioni con lo Shaikh, poiché egli aveva mantenuto un atteggiamento di simpatia verso i cristiani. Nell’anno 1214 andò ancora a Konia e visitò numerose località durante il viaggio. Al ritorno soggiornò ad Aleppo, e non raggiunse La Mecca che verso che verso l’anno 1221. Dopo un lungo periodo di peregrinazione decise di stabilirsi a Damasco, dove visse fino alla sua morte nel giorno 28 Rabi’u’l-Akhir  638 (16 novembre 1240). Fu sepolto sotto il monte Qasiyun, oggi chiamato Salah.4 Il sultano Salim  costruì un magnifico edificio sulla tomba dello Shaikh.5

Fu durante il suo soggiorno a Damasco che scrisse la sua altra famosa opera, le Fusus al-Hikam (Le gemme della saggezza). Essa fu completata nell’anno 1230, e si dice che anche quest’opera, come l’altra più grande, sia stata intrapresa dopo l’apparizione all’autore in visione del profeta Muhammad. Le Fusus sono comparativamente un lavoro più piccolo, in ventisette  capitoli, ciascuno dei quali è intitolato a un profeta. È tenuto in grande considerazione, ed è stato oggetto di numerosi commentari in arabo, persiano, turco, urdu e in numerose altre lingue. Il signor Khaja  Khan di Madras  ha fatto una traduzione sinottica  in inglese di quest’opera col titolo di La saggezza dei profeti. Lo stile e la forma delle  Fusus sono più astrusi di quelli delle Futhat. Le altre opere dello Shaikh sono troppo numerose per essere enumerate qui. Egli stesso redasse un elenco dei suoi scritti, circa cinque anni prima della sua morte (1234), dove ne enumerava 289.

Lo Shaikh sposò una donna turca di Konia. Suo figlio fu un raffinato poeta e lasciò un diwan molto popolare 289.. Morì a Damasco nel 639 h. e fu sepolto accanto al suo grande padre.

Per quanto riguarda la natura degli scritti di Ibn al-’Arabi il professor Asin osserva:

 

I diversi episodi interessanti che caratterizzano la sua lunga vita e le complicate relazioni con scenari distanti, che andavano dai paesi più occidentali d’Europa a quelli  più orientali del mondo mussulmano, riflettono  il suo complesso sistema. Gli ostacoli in cui inciampa uno studioso di Ibn al-’Arabi, nel suo sforzo di comprenderlo, sono le sue inesplicabili marce e contro-marce, le sue inaspettate regressioni e soste, il modo ugualmente defatigante e sorprendente in cui la direzione centrale del suo pensiero è sempre nascosta dall’occhi del ricercatore, l’immenso e non apprezzabile cumulo di digressioni incoerenti e di allusioni enigmatiche. I suoi lavori costituiscono un enorme ammasso  di idee eterogenee, intere copie delle filosofie religiose e sistematiche dell’oriente e dell’occidente.

L’epoca e le circostanze in cui il suo sistema si formò contribuirono molto alle sue complessità  e perplessità. Ibn al-’Arabi visse in un secolo di decadenza in cui tutte le scuole e  i sistemi dell’Islam avevano fatto bancarotta, e il loro vigore si era esaurito. Le idee greche non solo erano entrate in contatto con i dogmi mussulmani, ma  erano entrate con essi in un precesso di assimilazione, ed erano state completamente trasformate in filosofie teologiche, come quelle di Avvicenna e al-Ghazzali in oriente, e di Ibn Hazm e Averroè in Spagna.

Inoltre Ibn al-’Arabi aveva viaggiato in tutti i paesi dell’Islam, ed era venuto a contatto con molte civiltà e credi diversi. Nascendo in   Spagna, dovrebbe aver  avuto accesso alle culture tradizionali dell’Occidente, col suo lungo soggiorno in Asia Minore al cristianesimo orientale; e anche la civiltà bizantina dovrebbe aver fortemente influenzato il suo pensiero. Inoltre egli , con  i suoi maturi poteri d’osservazione  viaggiò nell’Africa nord-occidentale, in Siria, in Mesopotamia ed in Palestina, e fu iniziato ai misteri di tutte le religioni di cui tali terre erano la culla. Ebbe continui rapporti con popoli di terre differenti ed ebbe famigliarità con numerose lingue.6

 

Ci sono prove sufficienti che dimostrano che lo Shaikh ebbe una profonda conoscenza del greco. Lo Shaikh spiega nelle Futuhat  certi termini arabi di origine greca con una esattezza filologica ed etimologica che non sarebbe possibile senza una buona conoscenza di entrambe le lingue.

La sua vita errabonda, in cerca di maestri che ascoltò, e di eretici e infedeli con cui discusse, contribuì a colmare il suo cervello di varie  idee. Le persone da lui citate, e quelle che lo conobbero direttamente, sia suoi maestri sia suoi compagni nello studio delle scienze esoteriche,  ammontavano a  centinaia. Oltre a questi, c’era un numero non minore di autori Sufi del  significato dei cui libri e delle cui dottrine era dettagliatamente informato. Egli non solo li comprese ma li citò testualmente.

L’esaltazione del suo spirito, perturbato dall’ascetismo, complica ulteriormente i suoi scritti, e la complicazione e la confusione  sono ulteriormente aumentate dal combinarsi in lui delle capacità di filosofo, giurista, medico, astronomo, letterato e poeta. Tuttavia tutti questi saperi erano subordinati a un’inclinazione scientifica originale  che dominava la copiosità delle sue idee.

Le caratteristiche distintive del sistema esoterico di Ibn al-’Arabi sono meno in relazione alla materia che alla forma espositiva. Si può dire che le sue idee non differiscono  molto, nel significato, da quelle dei suoi contemporanei e predecessori. Essi avevano assimilato dogmi, speculazioni panteistiche simili, simili scetticismi mistici di natura filosofica e simili dottrine metafisiche, come la triade alessandrina. Le caratteristiche distintive di Ibn al-’Arabi non sono riposte in ciò. Esse risiedono nella straordinaria ingegnosità con cui egli combinava abilmente molte di queste idee eterogenee e contraddittorie e le risolveva in una sintesi armoniosa. Il metodo adottato per raggiungere questa armonia consiste nella interpretazione allegorica dei testi rivelati.7Dove i testi rivelato contraddicevano i principi del neoplatonismo, lo sforzo del saggio mistico era di rendere i primi conformi ai secondi e in questo sforzo Ibn al-’Arabi aveva come risorsa gli stravaganti metodi delle scienze occulte tradizionali dell’Africa, che attraevano molto la sua immaginazione.8

Il linguaggio utilizzato dallo Shaykh è speciale  e  caratteristico. È quasi indecifrabile per chi lo studia. Perciò coloro che condividevano le sue credenze furono obbligati a compilare un lessico, intitolato Istilahatu-’Sufiyyah (I termini tecnici del sufismo), che spiegasse i  suoi termini tecnici esoterici, nonostante il quale molti confessano di non poter comprendere il suo linguaggio, benché comprendano il significato di ogni parola quando presa separatamente.

Altri metodi esoterici utilizzati da Ibn al-’Arabi consistono nell’abuso retorico di metafore e nell’uso di simboli mistici e allegorie, non con lo scopo di spiegare le  idee metafisiche e di renderle più chiare e accessibili, ma con quello di coprire,  sotto veli simbolici, tesi estremamente audaci sul panteismo. Un altro mezzo cui ricorse lo Shaikh, per armonizzare in modo  intelligente la lettera della rivelazione con l’esoterismo, consiste nell’adattamento dell’alfabeto arabo ai calcoli aritmetici arbitrari che i rabbini cabalisti usavano per valutare numericamente le lettere dell’alfabeto ebraico. Combinando l’astrologia con la cabala e il neopitagorismo Ibn al-’Arabi affermò di scoprire nelle lettere arabe un’inesauribile tesoro di significati esoterici e di virtù mistiche. In un’opera specializzata, chiamata Kitabu’l-mabadi wa’l-ghayat  (Il libro dei principi  e dei fini),  egli tratta i misteri e le meraviglie che sono supposte essere contenute nelle lettere dell’alfabeto.

Benché non possiamo negare il genio di Ibn al-’Arabi, non possiamo dire che fu assolutamente originale. Tutti questi metodi erano già stati usati ed abusati dai Qaramitah e dalle altre sette razionaliste. In breve, egli impiegò tutte le risorse rimaste delle scienze occulte occidentali e orientali.

Come già sottolineato, lo Shaikh ha scritto su molti temi, ed è ammirevole che quando egli scrive su un soggetto lo fa come lo farebbe uno studioso di quella disciplina. Non è mai in difficoltà. Nonostante tratti così tanti soggetti diversi, è abile nell’usare la terminologia di ogni soggetto o scienza con gran facilità. Questo è probabilmente dovuto al sistema di educazione prevalente a quei tempi.

Il suo linguaggio è puro e senza mende. Benché esperto di molte lingue, non indulge mai nell’uso di parole straniere. Si trovano nelle sue opere solamente le parole straniere molto comuni a quell’epoca. Inoltre il suo linguaggio è altamente teologico, e abbonda di espressioni correnti nel linguaggio della teologia ortodossa. Benché sia chiaro che non credette in molti aspetti della teologia mussulmana, egli impiegò tutta la sua terminologia per i propri scopi, nel modo più abile possibile. I suoi scritti sono pieni di allusioni a tutti i generi di storie, vere o immaginarie, ed egli ha scritto tutte le sue opere con la penna della ragione e l’inchiostro del mito. A meno che non si sia familiari con tutte le storie favolose correnti allora nel mondo mussulmano, sarà impossibile comprendere lo Shaikh. Come Filone e Origene, egli ha costruito tutte le sue argomentazioni sui testi rivelati. Egli talvolta conferisce un significato fuori dal comune a un passaggio del Qur’an e basa le sue ulteriori argomentazioni su quella interpretazione.9

Il compito di tradurre Ibn al-’Arabi è veramente molto difficile. Sembra quasi che frammischi deliberatamente al suo pensiero una quantità di materiale irrilevante.

Lo stile e il metodo di Ibn al’-Arabi hanno confuso parecchi traduttori. R.A. Nicholson scrive:

 

Molti anni fa tradussi la maggior parte dell’opera10 con il commentario di ‘Abdu-r-Razzaq al-Kashani per mio proprio uso, ma la lingua dell’autore è così tecnica, figurativa e involuta che una riproduzione letterale comunicherebbe molto poco.11

Sembra quasi che l’autore abbia intessuto una rete intorno alle sue idee principali, col deliberato proposito di renderle meno intelligibili.

 

È questa natura  scabra e involuta dello stile che ha spaventato molti, allontanandoli dal compiere uno studio sistematico della sue opere. Degli studiosi occidentali solo pochi l’hanno compreso, e in Occidente, fino a un epoca recente, non era stato intrapreso alcun tentativo di studiarlo. Ultimamente, comunque, alcuni studiosi europei hanno compiuto uno sforzo autentico per studiare lo Shaikh. No c’è da meravigliarsi che un uomo, i cui scritti  possiedono una tale rara intricata complessità, sia nel metodo sia nella sostanza,  dovesse essere considerato troppo difficile da capire per la gente comune. Ma le idee nascoste sotto una copertura così complessa e intricata sono così preziose che vale la pena di affrontare le difficoltà che si devono sopportare prima di coglierle. Il piacere di  riuscire a carpire l’idea centrale dopo un duro sforzo è veramente immenso.

Ibn al-’Arabi non solo fu un grande scrittore in prosa ma anche un ottimo poeta. Le sue opere abbondano di poesia che, sembra, scrivesse di impulso. Perciò la qualità delle sue poesie varia grandemente. In molti appunti sembra che il poeta abbia scritto ciò che fluiva spontaneamente dalla sua mente, in altri che abbia attentamente verificato i suoi pensieri. La sua poesia può essere descritta come grezza, perché egli ne scrisse una gran quantità, in aggiunta alle sue composizioni in prosa ammontanti a centinaia. Egli ha con ogni probabilità composto quasi tutte le sue poesie scrivendo di getto. Non ci sono segni di elaborazione  del pensiero o pianificazione, né che egli abbia posto in  essi il meglio di sé, nella miglior forma possibile. Sembra essere stato troppo impaziente per fare ciò. Le sua voluminosa produzione è il principale elemento che suggerisce che le sue poesie siano allo stato grezzo, scritte senza sufficiente elaborazione del pensiero o pianificazione.

Ibn al- ‘Arabi fu un profondo maestro di etimologia e uno studioso attento. Egli non usa le parole per amore delle parole, come fanno Hariri ed altri. Egli è spesso guidato dai suoi pensieri più che dalle parole. Talvolta usa senza motivo certe parole oscure per confondere, e coprire così le proprie idee, nel timore che divengano troppo scoperte. Il suo linguaggio è semplice benché lo stile e il metodo d’espressione siano scabri. Le parole usate dallo Shaikh sono così semplici, quando prese separatamente,  che  lo studente medio della lingua  araba può facilmente comprenderle. Ma quando sono usate da lui in una frase molto complessa, rifiutano di cedere  facilmente un significato. Molto spesso egli utilizza termini popolari in un significato non ordinario, per evitare di essere scoperto. Il suo vocabolario è vasto e la sua terminologia semplice e fluente, ma è il suo stile che è riuscito a confondere molti.

La sua poesia, come la sua prosa, è elusiva e indiretta. La sua testa era così piena di fatti e scienze che egli non poteva liberare  facilmente il suo pensiero dalla grande massa di informazioni che possedeva, e consentirgli di discendere,  in modo diretto, fino alla pagina. Ogni idea emanata dal suo cervello aveva una quantità di materiale elaborato pronto ad essere assimilato ad  essa, così da dover scendere sulla pagina con delle idee correlate e incatenate ad essa in un modo meravigliosamente sottile.  In alcuni punti Ibn al-’Arabi non riesce a esprimere con successo le sue idee in poesia e le lascia espresse a metà. Da ciò deriva  che, se le poesie sono staccate dai loro contesti, è scarsamente probabile che rendano il loro senso pieno.

Il tono di tutte le poesie di Ibn al-’Arabi è serio e sincero. Non ci sono assolutamente leggerezza o umorismo ad alleviare la serietà del soggetto. Tuttavia bisogna ammettere che, quando si leggono integralmente le sue opere astruse e affaticanti, la sua poesia e  gli aneddoti ne alleviano, in  certa misura,  la pesantezza. Egli era un troppo grande maestro della tecnica del linguaggio per commettere in essa errori, ma la buona poesia non consiste solo in un linguaggio corretto e in una versificazione senza impeccabile. Il suo soggetto è troppo arido per prestarsi agli effetti poetici più intensi, e ciò che egli ha fatto in questo campo è degno di lode. Nonostante tutti i difetti della sua poesia, Ibn al-’Arabi deve essere considerato un buon poeta e un magistrale versificatore. Egli aveva una tale maestria su soggetto, tecnica poetica e linguaggio da piegare la materia secondo la propria volontà.  Ha probabilmente  esaurito tutti i metri comuni, e la sua poesia è piena di metri meravigliosi e di strane rime.

Qui e là la sua poesia  è  scabra  e  perde il dolce fluire dell’opera di Rumi.  Molte delle sue poesie sembrano essere pensieri seri versificati. Nonostante tutti i suoi difetti, lo Shaikh ha scritto molta poesia autentica. Alcune delle sue poesie più belle, che possono competere in eccellenza con quelle dei maggiori poeti professionali,  sono state raccolte nei libri intitolati Tarjumanu’l-Ashwaq12(l’interprete dei desideri ardenti) e Diwanu’l-Akbar13 (L’antologia più grande). Dove la rima scelta è comune  e facile, e il metro elastico e flessibile, la sua poesia è, lucida, fluente  e bella. Le sue poesie più lunghe sono composte in un linguaggio bello e fluente,  e ogni parola in esse è piena di dolcezza e palpita di melodia. La sua poesia  è al vertice quando si rivolge a Dio come un innamorato. Il suo spirito erotico e romantico si esprime allora al meglio, e uno è costretto a pensare che, se Ibn al-’Arabi avesse scelto la carriera di poeta, avrebbe eclissato molti dei poeti suoi contemporanei.

Una delle sue belle poesie, il cui originale è citato nella Naf-hu’t-Tib (La fragranza dei profumi), è stato reso in inglese da E.G. Browne:

 

                        La mia anima è tutta presa di lei

                        benché io non possa vedere il suo volto;

                        se potessi vedere il suo viso,

                        sarei ucciso dalle sue sopracciglia scure;

                        e quando il mio sguardo cadesse su di lei,

                         cadrei prigioniero di ciò che vedrei,

                        e passerei la notte stregato da lei,

                        e delirerei ancora quando l’alba si fa luminosa.

                        Ahimè! Per la mia grande risolutezza!

                        Io dico che se la grande risolutezza giovasse,

                        la bellezza di quella timida incantatrice,

                        non mi avrebbe reso così smarrito.

                        È per bellezza come una tenera gazzella,

                        il cui pascolo conoscono gli asini selvatici,

                        il cui sguardo timido, col capo a metà distolto,

                        rende schiave le anime degli uomini!

                        Il sue respiro è  così dolce che sembrerebbe

                        deliziante profumo di muschio odoroso,

                        lei è radiosa come il sole di mezzogiorno,

                        lei brilla come la luce della luna.

                        Se appare,  rivela

                        lo splendore incantato del mattino;

                        se scioglie le sue trecce, la luna

                        è nascosta dai suoi capelli neri come la notte.

                        Prendi il mio cuore ma lasciami, ti prego, i miei occhi,

                        o Luna, attraverso la notte più scura,

                        che io possa guardarti.

                        Perché tutta la mia gioia è in ciò che vedo!

 

Al tempo della nascita di Ibn al-’Arabi, il panteismo si era diffuso in tutti i paesi mussulmani in tutte i suoi gradi e varietà. Lo Shaikh, che aveva viaggiato attraverso tutto il mondo mussulmano prima di completare Al-Futuhatu’l-Makkiyyah le sue  successive Fususu’l-Hikam, con una passione per la conoscenza  che nessun altro ha superato, e una forte determinazione a raggiungere la verità reale,  avrebbe potuto facilmente ottenere un quadro completo di tutte le scuole del panteismo mussulmano e non mussulmano. Lui stesso narra  di aver viaggiato in tute le parti del mondo mussulmano in cerca di conoscenza, e di aver incontrato gli esponenti di indirizzi dottrinali di ogni differente sfumatura.  Il mondo mussulmano dell’epoca di Ibn al-’Arabi si estendeva dalla Cina alla Spagna,  da Capo Comorin al lago d’Aral, ed era il punto d’incontro di tutte le civiltà e di tutte le religioni.  Questa immensa quantità di conoscenza, che Ibn al-’Arabi fu in grado di ottenere, non fu una  benedizione su ogni piano. Essa in certa misura lo sconcertò, o piuttosto   distrasse  le sue energie, rendendo il suo sistema meno conciso di quanto si desidererebbe  fosse. La rapida diffusione dell’Islam in un immenso territorio lo portarono in contatto con dozzine di nazioni, centinaia di credi, e, naturalmente, ognuno di questi credi cercava di essere assimilato alla nuova vigorosa fede. Così centinaia di nuove dottrine si insinuarono nell’islam nel periodo che stiamo considerando, e non era possibile distinguere le dottrine mussulmane autentiche dalle altre. In questa confusione ognuno iniziò a citare dei verso del Corano a supporto delle proprie teorie, distorcendoli  in modo tale che dessero il significato desiderato. Dove il Corano non veniva in aiuto, era cercato l’appoggio dei detti del profeta.. Se non c’erano detti già esistenti, si fabbricavano. Questo allarmò e irritò moltissimo gli ortodossi.

Naturalmente, quando Ibn al’.Arabi espose le sue dottrine, i mussulmani ortodossi insorsero contro di lui e lo denunciarono come zindiq (empio). I dottori di teologia, guidati da Ibn Taymiyya,14 Taftazani15 e Ibrahim al- Biqa’i 16,scagliarono molte accuse contro di lui, di cui le più gravi erano che fosse un sostenitore dell’ittihad (Unione) e che credesse nell’Hulul (Inabitazione). Vari personaggi lo accusarono di queste colpe, ma  non erano unanimi riguardo al significato dell’accusa. Alcuni, che capivano veramente Ibn al’-Arabi, lo rimproverarono di sostenere che non v’è nulla di esistente all’infuori di Dio, teoria che Ibn Taymjyyah chiamò dell’ “immanenza universale” (Hulul mutlaq). Altri, che non comprendevano lo Shaikh e la dottrina del Sufi dell’ittihad, immaginarono che egli credesse che Dio e l’uomo fossero due cose differenti, che la loro unione fosse possibile e che lo spirito di Dio potesse entrare nell’uomo, come affermato da alcuni dei primi Sufi.

Benché non ci fosse comprensione reciproca fra questi accusatori, essi erano uniti nell’attaccare lo Shaikh, come egli stesso si lamenta amaramente:

 

“Travagli e pene  sono capitati a noi e agli altri gnostici per aver espresso le cose conosciute ed i segreti. E la gente reca testimonianza sostenendo che noi siamo eretici, e ci tortura con la più nel modo più violento.  Noi siamo proprio come il profeta, che la sua gente rifiutò di riconoscere, e in cui pochi credettero”.17

           

Ci sono due scuole di pensiero riguardo a Ibn al-’Arabi. Una, guidata da Ibn  Taymiyyah, sostiene che lo Shaikh fosse un’eretico, o piuttosto un’ateo che non credeva in Dio, e che riduceva Dio a nulla col pretesto di farlo tutto; un’altra guidata da Firuzabadi e Suyuti ritiene che lo Shaikh fosse non solo un pio mussulmano, ma un grande santo di Dio.

 


 


Damasco - La tomba di Ibn al-Arabi

 

Da The pantheistic monism of Ibn al-‘Arabi, Muhammad Ashhraf, Lahore, 1970              

      


1 Per un’elenco dettagliato dei maestri di Ibn al-‘Arabi e di coloro le cui opere ebbero influenza su di lui, vedi prof. Asin, El mistico murciano Abenarabi, Vol. I, pp. 11-19, e prof. Hyterg, Kleinere Schriften des Ibn al-‘Arabi, Introduzione, pp. 21-27

2 vedi Corano, XVIII. 85 sgg.

3 È detto che incontrò parecchie volte Khidr nelle sue visioni

4 vedi quanto segue

5 vedi immagine sotto

6 op. cit. vol. III, pp.1-3

7 Goldziher ha condotto uno studio speciale delle allegorie impiegate da Ibn al-‘Arabi per interpretare il testo del Qur’an. Vedi Die   
  Richtungen der islamischen Koranauslegung, pp. 215-257, Brill,  Leiden, 1923      

8 vedi Asin, op. cit. vol. III, Caracteres generals de su sistema, pp. 4-8

9 Lo Shaikh scrive nel capitolo 266 delle Futuhat: “Se un uomo basa un’argomentazione su un certo verso del Qur’an, guardati dal
  dirgli fin dall’inizio che quel verso non si applica a quel particolare caso, perché la grandezza dei versi del Qur’an risiede

   nell’ammettere le spiegazioni di tutti i commentatori che siano rettamente guidati. Questo è reso facile dalla natura comprensiva    

   (was’at) dei versi del Qur’an. Vedi Shar’ani, al yawaqit wal-jawahir (gli smeraldi e le gemme), pag. 28

10 Fususul-hikam (Le gemme della saggezza)

11 vedi Studies in Islamic Mysticism, pag. 149

12  Beirut, 1312 h

13 Bombay, n.d.

14  vedi al-furqan baina  awliya’i’r-rahmani wa awliya’i.’sh-shaytan (La differenza fra gli approssimati di Dio e gli approssimati di

      satana), Cairo,1325 h.

15  il libro Fadihatu’l-Mulhidin nasihatu’l-muwahhidin (Lo scandalo dell’ateo e il buon cosiglio dell’unitarista) è una tirata contro  

     Ibn al’-Arabi. Finora si riteneva che l’autore del libro fosse Taftazani, ma il professore Isma’il Fini, l’autore di wahdat-i-wujud wa    ibn al-‘Arabi (L’unicità dell’esistenza e Ibn al-‘Arabi)(1928), sostiene che l’autore del libro sia un certo ‘Ala’ud.-     din Bukhari, e non Taftazani. vedi pp. 101-102

16  Nicholson  mi ha scritto che egli attaccò Ibn al-‘Arabi nel suo libro intitolato Tanbihu’l ghabi ‘ala tafkiri Ibn ‘l-‘Arabi (Messa in    guardia dello stupido sull’empietà di Ibn al-‘Arabi). Non ho potuto procurarmi una copia del libro.

17  citato da Sha’rani, op. cit. pag 26